Il Gattopardo – Sicilia tra vecchio e nuovo ordine

Analisi e commento a Giuseppe Tomasi di Lampedusa –

I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria

Di questo romanzo ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la facilità di immedesimazione. A mano a mano che le parole descrivevano luoghi, parole, persone, ho avuto la sensazione di riuscire a sentire gli odori di Donna Fugata, la polvere e la luce di casa Salina, gli occhi e le sopracciglia corrucciate di Tancredi, la bellezza di Angelica. Non che l’autore si dilunghi particolarmente nei dettagli, anzi il romanzo – esclusi rari tratti – scorre molto bene, ma ricordo i toni di voce e i dialoghi come se fossi stata nella stessa stanza con don Fabrizio e Federico II sul futuro del regno, con don Fabrizio e Tancredi all’annuncio della partenza, con don Fabrizio e padre Pirrone mentre quest’ultimo insisteva sulla necessità di una confessione.

Don Fabrizio

Il personaggio protagonista di don Fabrizio, insomma, mi è particolarmente caro ed è un uomo che sinceramente avrei voluto conoscere.
Ci troviamo negli anni dell’unità d’Italia, in Sicilia, dove i moti di rivoluzione e i movimenti piemontesi si sentono un po’ echeggianti seppure minacciosi.

Don Fabrizio è un uomo colto di matematica e appassionato di astronomia, sensibile a ciò che succede anche se rassegnato, con un atteggiamento quasi apatico. È un osservatore attento, un giudice severo che però sorride ancora di fronte alla bellezza, delle donne e della natura.

Don Fabrizio è l’ultimo dei principi Salina, il cui stemma familiare è un gattopardo. È l’unico nobile di Sicilia che non si preoccupa che l’unità possa togliergli i privilegi familiari, troppo radicati nella cultura siciliana e accetta quasi con consenso la storia che si affaccia sulla casata dei Salina.

Burt Lancaster intepreta don Fabrizio nel film di Luchino Visconti

Durante la conversazione a Caserta col re Federico II, questi lo redarguisce di rimettere in riga suo nipote Tancredi, che pare simpatizzante delle truppe piemontesi, sospetto confermato dalla partenza dello stesso Tancredi che in visita allo zio pronuncia la famosa frase:

Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.

Ce ne vorranno di Vittori Emanueli per mutare questa pozione magica che sempre ci viene versata!

dice don Fabrizio Salina e infatti, quando don Fabrizio lascia Palermo – troppo pericolosa – per raggiungere Donna Fugata, i piemontesi si presentano alla sua porta pacificamente, come previsto senza alcun atto di violenza.
A Donna Fugata sembra tutto come sempre, come se la notizia di una possibile Sicilia repubblicana non esistesse.

Claudia Cardinale (Angelica) e Alain Delon (Tancredi) nel film di Luchino Visconti

La Sicilia

È qui che si svolge la seconda parte del romanzo, con il sindaco don Calogero, uomo avaro e spesso ridicolo, incapace di mostrare una nobiltà che non è ereditaria ma acquisita. Don Fabrizio lo prende spesso in giro e ironizza su questo personaggio, che però alla fine pare migliorarsi, soprattutto quando sua figlia Angelica sposerà Tancredi.

Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana.

Ormai i garibaldini sono esercito regio, siamo nel 1861 e don Fabrizio viene invitato con molta insistenza a far parte del neonato Parlamento italiano, e qui c’è uno dei passaggi migliori del libro che sintetizza benissimo il pensiero dello scrittore: adesione non è partecipazione, la Sicilia non trarrà beneficio dall’unione e non c’è niente che lui – don Fabrizio – possa fare per cambiare le cose.

L’autore Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Presente e futuro

Il tema fondamentale del romanzo, che si incarna nella figura di don Fabrizio, è la rassegnazione al nuovo seguita dall’incapacità di adattare se stessi al nuovo dei siciliani. L’autore racconta un evento passato descrivendo però una cultura attuale basandosi sull’orgoglio siciliano.

In questa chiave egli legge tutte le spinte contrarie all’innovazione, le forme di resistenza mafiosa, la violenza dell’uomo, ma anche quella della natura. I Siciliani non cambieranno mai poiché le dominazioni straniere, succedutesi nei secoli, hanno bloccato la loro voglia di fare, generando solo oblio, inerzia, annientamento (il peccato che noi Siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di “fare”).

Claudia Neri

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