Cleopatra

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La festa di carnevale è piena di gente.
La casa odora di alcol e dei profumi mischiati di tutti i presenti.

Io fingo di parlare con due mie amiche che mi raccontano dell’ultimo viaggio, tu fingi di parlare con la sorella di tua moglie sorseggiando un drink.

Quando finiamo a guardarci mi nascondo dietro a un altro sorso. Il negroni scuro si esaurisce in fretta, lasciando vuoto il mio bicchiere elegante e pesante.
Quando i nostri occhi si incontrano di nuovo anche il tuo bicchiere stretto e lungo è vuoto. Mi allontano con una scusa verso il tavolo degli alcolici. Le mie vesti egiziane sintetiche mi toccano le cosce nude.

Fa talmente caldo in quella casa che potrebbe essere un Carnevale di agosto.

Il mio caschetto nero ha facilitato l’immedesimazione, ma la corona sul capo è stata il vero tocco di classe. Dubito che la vera Cleopatra ne avesse avuto una, ma sulla mia c’è la faccia di una vipera poco simpatica

– Che bevi? –
Mi volto giusto in tempo per vedere un Toro Seduto con i tuoi occhi bruni fissarmi con quello sguardo che mi spoglia. Ti spoglio anche io.
– Negroni. E tu? –
– Mh… troppo amaro. Mi piacciono più dolci. Che mi consigli? –
Sorrido. Mi verso da bere, miscelando un po’ a caso.
– Ho qualche idea. –
Ti volti verso la sala, siamo circondati dagli amici di una vita. Loro, i loro figli, tua moglie, la sua famiglia, e tutto il resto.
Finisco di fare il mio drink e afferro il tuo bicchiere. Le mani si toccano, mi trattieni il secondo necessario perché alzi lo sguardo e lo metta nel tuo. Vedo che anche tu hai la mia stessa idea di bevanda dolce.

– La voglio bere. – dici.
– Qui? –
– Sì. Adesso. –
– Davanti a tutti? – replico con ironia.
– Al piano di sopra, ci sono mille stanze vuote.
– Si insospettirà qualcuno.
– No.
– Sei ubriaco.
– Probabile.
– Non vengo.
– Ci vediamo là. Non farmi aspettare troppo. –

Mi lasci così imbambolata col tuo bicchiere ancora vuoto tra le mani. Ti vedo allontanarti e ritorni a parlare con tua cognata. Ridete di qualcosa. Bevo un sorso del mio negroni.

Quando entro nella stanza al piano superiore ho il cuore che mi batte a mille. I ciondoli appesi ai miei capelli tintinnano un poco quando mi richiudo la porta alle spalle come se fossi una ladra.
Sei seduto sul letto di spalle, hai tolto la parrucca con le trecce, mi fai cenno di tacere. Stai cullando un bambino e mi sorridi.
– Chiudi a chiave. – dici.
Chiudo a chiave. Resto attaccata alla porta. Ho l’ansia.
– Ho detto che venivo su per addormentare mio nipote. Ora dorme.
– E se si sveglia e ci vede?
– Non sa parlare. –
Ti alzi con la delicatezza di chi l’ha fatto altre volte, lo appoggi nella culla con calma e lui non si sveglia. Il tuo vestito da Toro Seduto è sgualcito. Te lo sfili con entrambe le mani e lo fai cadere. Ci sono pochi peli chiari e ricci sul tuo petto.

Ti avvicini, mi afferri, mi baci.

La tua mano dentro i capelli dietro la nuca fa tintinnare i miei sonagli, sento le tue mani che mi sollevano il vestito sintetico cercando quello che volevi bere.
I tuoi baci mi consumano come braci ardenti, non riesco a staccarmi dalla tua bocca.
Sento le tue mani afferrarmi e trasportarmi, inciampi nei vestiti, cadiamo sul letto. Mi sei addosso col tuo corpo seminudo che io finisco di spogliare.

Sento sotto le mani la tua carne e mi infiammo in ogni parte del corpo.
Le mie cosce si allargano mentre smonto il corpetto di un vestito che non ha più motivo di starmi addosso.
Tu bevi, io gemo.

Le tue dita e la tua lingua penetrano dentro di me riempiendomi di tutto.

Mi sembra che ogni cosa si mette al suo posto, con le tue collane fredde che ogni tanto mi sfiorano le gambe.
Gemo, tu spingi più forte.

Le tue dita affusolate e pallide si muovono dentro di me così che tu possa bere ancora, bere di più.
Me le restituisci tra le labbra ancora umide e io le succhio fino a che non resta più niente.
Allora vieni a darmelo con la bocca, il drink dolce.

-Non è tanto dolce. – ti sussurro ansimante.
– Il più dolce di tutti. – rispondi tu. E mi penetri con tutta la forza che hai, fino in fondo.
Il mio trucco nero si scioglie tra il mio e il tuo viso. Sorrido guardandoti
– Che c’è? –
– Sei sporco di trucco nero. –
– Dopo me lo togli. –
– A morsi. –

E così ho fatto. Ho morso ogni parte di te. I capezzoli glabri con la pancia scolpita e la piccola cicatrice in mezzo.
Poi ho morso quelle ossa sporgenti del bacino che mi fanno impazzire.

Lui non l’ho morso, l’ho leccato e l’ho baciato piano, come un cibo buono che non vuoi che finisca.
Ho morso le tue dita che mi hanno afferrato il volto per riportarlo alla tua faccia mentre spingevi più forte, le mie cosce attaccate a te, le mie ginocchia piegate sul petto per sentirmi meglio.
Come ti ho amato, da indiano truccato da egizio.
Quando mi hai tolto anche l’ultimo pezzo di stoffa sintetica poi mi hai fatto alzare in piedi, ci siamo messi di fronte ognuno nella sua nudità. Io ero carica di ciondoli faraonici rumorosi e pesanti, tu della storia degli indios e di qualche piuma.

Di nuovo la tua bocca mi ha posseduto come si possiede un ossesso.

Quella lingua morbida e accusatrice che esplora e conosce ogni parte di me.

Hai infilato in bocca le mie dita a una a una, costringendomi a masturbarmi in ginocchio sul letto, tu fermo a fissarmi, ribollendo di ogni fuoco.
Non mi sono mai sentita così nuda.
Quando sei arrivato all’ultimo mignolo, hai tirato fuori la mia mano da dentro di me. Sono scesa dal letto, mi hai girato, mi hai spinto.
È così che mi hai finito.
Con le ciocche nere e i ciondoli dorati che mi sbattevano sulle guance e le collane mie e tue che ci sbattevano addosso, seguendo il ritmo incessante di te dentro di me.

Tu urli di solito, con una specie di ruggito soffocato.
Questa volta mi cadi addosso per spegnere il tuo grido dentro i miei capelli.
I cuscini ci accolgono inermi.
Restiamo così, per un tempo troppo lungo fuori e troppo breve dentro.
Ma quando siamo insieme non ci penso al tempo, è inutile sentirsi calpestati dal suo peso.

Godo di te e godo di me, e nei tuoi occhi di cioccolato so che pensi alla prossima volta che mi avrai.

Claudia Neri