Scacco Matto - Racconto Erotico di Claudia Neri - Parole Mute

scacco matto

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Questo racconto è il continuo di Girati

Da quando ci siamo lasciati a Dubai ho la sensazione di avere lasciato qualcosa in sospeso con te. Devo commentare l’evento appena trascorso per tutti i giornalisti, i politici e gli appassionati che si aspettano da me un articolo approfondito. Eppure, ogni volta che torno lì con la mente, tutto quello che è successo prima di quella limousine si dissolve. Mi ritornano in mente solo le tue mani, le tua bocca, il tuo corpo forte, così diverso da com’eri prima.

La prima volta che abbiamo fatto l’amore eravamo poco più che adolescenti. Tu eri un po’ sfigato, intelligente, magro e pieno di insicurezze. Io ero cicciottella e totalmente inesperta di qualunque cosa riguardasse il fisico maschile.

Ricordo che non fosti dolce né delicato. Anzi la frenesia che ti ribolliva dentro me la sfogasti addosso senza tanto fare caso a me che potevo farmi male.  Però mi piacque. Mi è sempre piaciuto fare l’amore con te. Sei sempre stato pieno. Non ti sei mai risparmiato in niente, mi hai sempre riempito di fuoco vivo.

Eccoci di nuovo, vent’anni dopo, dall’altra parte del mondo.

Tu sei partito per tornare in Italia, io ho preso un volo per Singapore. Te ne sei andato mentre io ero ancora nel letto ancora caldo che non abbiamo più lasciato da quel pomeriggio in limousine.

Quelli di avvocato sono gli ultimi panni in cui avrei potuto vederti. Questo dimostra quanto poco ci conoscevamo allora pur amandoci profondamente. Non c’è mai stato bisogno di conoscere qualcuno per amarlo. L’amore ti fulmina così, senza preavviso e senza nessuno scampo.

Sono passati tre giorni da quando sono atterrata qui a Singapore. Mi sento le tue mani e il tuo odore ancora addosso come una seconda pelle. Non lo ammetto ma voglio trattenerti, per un motivo che non ho ancora capito.

Da ragazzo volevi fare l’artista, il musicista per la precisione. Mi ricordo tutte quelle ore passate a provare e provare in studi minuscoli e pieni di fumo e polvere. Mi ricordo la tua ansia di andare via di casa mentre le tue finanze a stento ti permettevano di uscire. Guardati ora, avresti dovuto vederti vent’anni fa. Ci avresti creduto? Io non credo. E nemmeno io l’avrei fatto.

La hall dell’hotel ha un soffitto di vetro altissimo a forma di cupola. Al centro c’è un bar circolare i cui scaffali pieni alcolici arrivano a cinque metri da terra. Per le bottiglie speciali il barista ha un piccolo iPad. Seleziona quello che vuole e un ascensore per bottiglie glielo consegna dentro una capsula futuristica. Gliel’ho già visto fare un paio di volte e sono qui da dieci minuti.

Il divanetto di velluto verde di fronte a me è vuoto. Tra me e lui c’è un tavolino di vetro sul quale è appoggiata una scacchiera con i pezzi bianchi e neri. Lascio il bicchiere di Martini vuoto, ne ordino un altro. Il cameriere accorre prontamente con la mia richiesta.

«Lo aggiunga sul conto della…»
«Sei centosei.» Una voce alle mie spalle mi interrompe. Mi volto e c’è un uomo alto ed elegante che sorride al cameriere. Questi annuisce e appoggia il mio drink sul tavolino. «Per lei il solito?» chiede. «Sì.» risponde quello. Il cameriere si allontana con un inchino.

L’uomo ha i capelli rasati cortissimi, una barba perfetta, carnagione olivastra. Porta degli occhiali con la montatura nera rettangolare. Si siede di fronte a me e mi sorride. Io ricambio, afferro il drink e senza aspettarlo bevo alla sua salute.

«Ieri ho temuto di avere atteso troppo per avvicinarmi. Quando sono tornato non l’ho trovata qui come le sere prima.» dice in inglese. Ha un accento che non riesco a decifrare, Medio Oriente forse. Non rispondo, accenno un sorriso compiaciuto e appoggio il bicchiere. Vedo il cameriere che dietro al bancone tocca l’iPad e la capsula-bottiglia arriva in un lampo sul ripiano.

«Mi chiamo Amos. E lei?» mi chiede. Ha i denti bianchissimi, con un sorriso impeccabile dietro le labbra carnose.
«Iraniano?» azzardo un po’ a caso.
«Per metà. Mia madre è iraniana, mio padre è israeliano. Io sono cresciuto un po’ a Tel Aviv, un po’ di qua, un po’ in America.»
«E ora dove sta?»
«Ora sono qui, a Singapore, in un hotel troppo costoso a parlare con lei. Italiana?»
«Sì.»
«Ne conosco poche, ma i tratti l’hanno tradita. Bellissima nazione per una bellissima donna.»

Arriva il cameriere con il drink rosso scuro in un bicchiere largo. Il ghiaccio tintinna quando lo appoggia sul tavolino. Beviamo. Riappoggiando i bicchieri sul tavolino, i nostri occhi cadono sulla scacchiera.

«Giochiamo?» lo sfido io. Lui alza un sopracciglio e mi fissa dritto negli occhi. Anche con le luci soffuse vedo le spaccature profonde nelle iridi castane. Creano dei crateri attorno alla pupilla che quasi si confonde col resto. Ha le ciglia lunghissime dietro le lenti.

«Giochiamo con un pegno.»
«Che pegno?»
«Se vinco io, farà una cosa per me.»
«Cioè?»
«Passerà la notte nella mia suite.»
«E poi?»
«Senza vestiti.»
«E se vinco io?»
«Sceglie lei il premio.»

Comincio a immaginare cosa potrei volere io da lui che non sia il suo stesso pegno. Intanto muovo il primo pedone bianco. Dopo dieci mosse mi accorgo che Amos è più bravo di quanto pensassi. Penso inoltre che la sconfitta mi amareggerebbe più del pegno. Dopo un’ora stiamo ancora giocando, sono al mio terzo giro di Martini. Alla fine Amos mi incastra la regina e tre mosse dopo è scacco matto. Con l’indice abbatto il mio re che cade con un tintinnio fastidioso sulle caselle cristalline.

«Ci hai messo più di quanto pensassi.» dice Amos lasciandosi ricadere sul divanetto.
«A fare che?» rispondo, ferita nell’orgoglio.

«A perdere.» Sorride lui. Non rispondo. Dopo una pausa aggiunge: «Gioco a scacchi da quando avevo dieci anni. Mio padre era campione nazionale. Di solito in quindici o venti mosse ho già vinto.» Recupero un po’ di orgoglio e gli sorrido con soddisfazione. Butto giù l’ultimo sorso di Martini e mi alzo. Barcollo un po’. I tacchi alti sono una prova di equilibrismo dopo tutti quei Martini a stomaco vuoto. Amos si alza e mi cede il braccio.

«Posso concederti la rivincita se vuoi. In camera.»

Lo seguo all’ascensore senza parlare. Con una mano reggo la borsa Chanel appena comprata, con l’altra il suo braccio. Vedo che tiene al polso due orologi d’oro con chissà che pietre sopra.

«Perché due?» gli chiedo.

«Uno segna l’ora di qui, l’altro di Tel Aviv.» mi risponde.

Usciamo dall’ascensore al sesto piano, arriviamo nella sua suite. È più o meno grande come mezza casa mia di Los Angeles, che ho sempre considerato piuttosto grande. È piena di finestre vetrate, comprende una piccola area spa e palestra, una Jacuzzi e un enorme letto con lenzuola di seta blu e dorata.

Amos mi porta verso i divani e le poltrone di fronte ai vetri. Tutta la città futuristica lì fuori fa pensare a un film di fantascienza. Non l’avevo mai vista da così in alto. Glielo dico.

«Bella no?»
«Affascinante.» rispondo. Lui mi indica la scacchiera poggiata su un tavolino tra due poltrone scure. Poi si allontana e lo vedo togliersi la giacca e gli occhiali. I suoi occhi allungati e le ciglia nerissime sono ancora più evidenti adesso. Si toglie anche la cravatta e si sbottona la camicia, poi si avvicina a me.

Mi infila una mano tra i capelli biondi e mi accarezza il viso con dolcezza. Con l’altra mano mi tocca il collo e le spalle che il vestito lasciano scoperte. Indosso un abito da giorno di raso beige, molto chiaro. Cade morbido addosso e mi arriva sotto al ginocchio. Amos sposta le bretelle sottili e scende con le mani curate e grandi lungo le mie braccia, mi afferra le mani e se le porta alla bocca. Me le bacia, un dito alla volta. Io gli sfioro la barba morbida con le dita e lui chiude gli occhi. Il vestito mi cade ai piedi lasciandomi quasi nuda. Indosso solo le mutande che Amos sfiora con le dita e sorride.

Si inginocchia di fronte a me e mi guarda dal basso. Mi toglie una scarpa. Con la mia gamba a mezz’aria mi bacia il piede, la caviglia, la gamba, il polpaccio, la coscia. Si ferma all’inguine e ripete tutta l’operazione con l’altra scarpa. Questa volta, arrivato all’inguine, mi fa scivolare la mutanda giù ai piedi e inizia a baciarmi il pube con le labbra carnose che esplorano sempre di più.

Chiudo gli occhi e gli afferro la testa con entrambe le mani. Indietreggio di un passo e mi siedo sullo schienale del divano. Amos entra con la lingua dentro di me facendomi gemere. Non so perché la sua bocca è fredda, come se avesse del ghiaccio dentro. È una sensazione bellissima e io lo lascio leccarmi tutta fino a che non vengo. A quel punto Amos si alza e per la prima volta mi bacia. Sento il mio sapore tra le sue labbra e inizio a mordergliele. Lo bacio in bocca, le guance, il collo e faccio per sbottonargli la camicia. Lui sorride.

«Che c’è?»
«Fuoco.» mi dice in italiano. Io sorrido. «Si dice così, no?» mi chiede in inglese.
«It means “fire”.» rispondo io. «Questo volevi dire?» gli chiedo.
«No, intendevo che tu sei fuoco. Come si dice?»
«Focosa.» gli dico in italiano. Lo ripete con una pronuncia divertente. Io rido. Lui pure. «Non ti piace?» gli chiedo. «Non sono abituato.» mi risponde.

In tutta risposta gli afferro il volto tra le mani e riprendo a baciarlo e leccarlo dappertutto. Amos gode, mi stringe il culo con le mani e io mi afferro a lui con le gambe. Lui mi porta verso la camera da letto, un po’ barcollando. Prima di cadere sul materasso morbido gli strappo la camicia e gli bacio il petto nudo e glabro mentre lui stringe prima la mia testa, poi il collo, poi il seno. Gli slaccio i pantaloni. Amos si fa fare tutto restando immobile. Ansima e guida la mia testa mentre glielo prendo in bocca. Gli stringo le natiche mentre il suo sesso spinge dentro la mia gola. Dopo non so quanto che lo sto leccando Amos viene e sento il suo liquido caldo dentro la bocca.

Lui mi tira su e mi prende in braccio come se fossi una piuma. Mi porta sul letto e lì ci stendiamo. Riconosco l’odore delle lenzuola che c’è anche nella mia stanza. Amos mi accarezza i capelli, ho la testa appoggiata sul suo petto e disegno ghirigori con l’indice sulla sua pelle.

Dopo qualche minuto Amos si alza dal letto e va verso la cucina. Sento rumore di bottiglie e bicchieri e lo vedo tornare con due drink pieni di ghiaccio. Ne sorseggiamo un po’, mi rinfresco piacevolmente la bocca con la vodka. Finito il suo in un sorso, Amos appoggia il bicchiere pieno di ghiaccio sulle lenzuola e ne prende un cubetto tra le labbra. Si mette a cavalcioni su di me che sono supina e vedo il suo sesso già diventare duro. Si china e arriva con le labbra sul mio collo.

Appena il ghiaccio mi tocca ho un brivido. Amos lo fa scorrere fino ai miei capezzoli, che si fanno duri. Il mio busto si solleva mentre le sue labbra gelide completano il percorso sul mio ventre. Arrivato tra le cosce Amos lascia cadere quello che rimane del ghiaccio e mi lecca con quella lingua fredda che adoro. Mi bacia, mi stringe il seno, mi lecca tutti i punti ancora umidi fino a risalire alla bocca.

Mi penetra piano e sento già tutto il mio corpo che si accalda e freme sotto di lui. Comincia a muoversi dentro di me e mi riempie tutta. Mi divarica le cosce tenendo le mie caviglie con le mani e guarda. Gli piace vedere il suo sesso che entra e esce da me, gli piace guardarmi mentre fisso la stessa cosa e mi tocco.

Amos è instancabile. Chiede a me di dirgli quando deve fermarsi. “Mai” rispondo. A un certo punto mi afferra il culo e mi trascina fino al bordo del letto. Lui mette i piedi per terra e mi spinge le ginocchia verso la faccia. Così piegata sento ancora di più il suo sesso e le sue dita che mi toccano il culo, ci entrano dentro, spingono forte. Io vengo, Amos si trattiene.

Quando mi siedo a cavalcioni su di lui siamo già entrambi sudati, pieni dei liquidi uno dell’altro. Le nostre bocche si fondono e la sua barba mi ha già graffiato la faccia e le cosce. Mi afferra le natiche e mi apre tutta, mentre io mi siedo su di lui aprendo il culo per farcelo entrare. Amos mi fa male, le sue dita infilate davanti mi fanno godere. Dopo un tempo indefinito in cui mi succhia i capezzoli già rossi e mi penetra in ogni mia parte Amos viene. Il suo liquido mi scorre tra le cosce. Entrambi ansimiamo e lui mi stringe a sé in una specie di abbraccio. Ricadiamo sazi e sudati tra le lenzuola blu e dorate in disordine.

Quando mi alzo per andare a prendere dell’acqua, ripenso a te e a che cosa starai facendo adesso. La delicatezza di Amos è una cosa che nel sesso tu non hai mai avuto.

«Ma quindi» lo sento dire dalla camera da letto.

Fuori dal letto eri la persona più sensibile che avessi mai conosciuto. Non mi ricordo mai una volta in cui ho avuto la sensazione di parlare senza essere ascoltata.

«Quindi cosa?» chiedo ad Amos.

Prendo la borsa, estraggo il cellulare. Sono le due del mattino, non ho neanche cenato. Mi ricordo di avere fame.

«Come ti chiami?» chiede Amos.

C’è un messaggio. Sono le 7 di sera in Italia. “Ti penso. Sei ancora a Singapore?”

Lascio cadere il telefono e torno da Amos con una bottiglia piena d’acqua e un’altra piena di vodka.

Claudia Neri