Conosco il suo nome perché ce l’ha scritto sulla targhetta, appena sotto il logo Starbucks. Mary ha i turni di mattina nei giorni dispari, e io sono contenta perché questo significa che, tre volte a settimana, posso vedere il suo sorriso mentre mi passa lo scontrino e mi porge la cioccolata calda.
Mary ha i capelli scuri e la pelle sempre abbronzata, è vegetariana e ascolta i Doors e Mia Martini. L’altro giorno mi ha raggiunto al tavolino dove faccio sempre colazione e mi ha portato un cookie, uno di quei biscotti con le gocce di cioccolato.
Quando ho alzato la testa per incontrare il suo sguardo, ho sentito il cuore cadere giù fino ai talloni e poi tornare su fino alla gola.
– Ciao. -, mi ha detto sorridendo, – Ho pensato ti potesse piacere, qualche volta lo hai preso. -, mi ha detto.
– Ciao Mary. -, ho detto simulando tutta la noncuranza di cui ero capace. – Sì, grazie, che gentile. – e ho ricambiato il sorriso.
– Io però non so come ti chiami. -, ha risposto lei senza smettere di guardarmi. Dentro di me tutto si scioglieva.
– Giulia. -, ho risposto, e le ho teso la mano. La sua era calda e morbida, piena di anelli. –
– A che ora finisci oggi, Giulia? -, fece cadere l’intonazione sull’ultima parola, pronunciandola piano.
– I corsi finiscono alle quattro. -, rispondo con l’ansia a mille.
– Bene, io finisco alle tre e mezza qui. -, e lancia uno sguardo al locale. – Ti aspetto, se vuoi. –
– Certo. -, rispondo alzandomi in piedi non so perché. I nostri occhi si penetrano e siamo vicinissime, sento l’odore del caffè e della crema di cioccolato su di lei. Vorrei baciarla, invece sorrido e dico: – Ci vediamo qui verso le quattro. –
A lezione non ascolto niente, vado in bagno cinquanta volte e quasi non tocco cibo. Mi sento inondata di una sensazione di calore e di agitazione, come se avessi bevuto dieci caffè. Quando esco dall’università e mi incammino verso Starbucks ho le mani sudate e devo essere pallidissima. Nonostante mi sia truccata, guardo la mia faccia nello specchietto e ne riconosco il biancore. Spero solo che Mary non ci faccia troppo caso. Nei sei mesi che abbiamo passato a scambiarci i convenevoli a prima mattina, a me non è mai venuto in mente di poterle chiedere un appuntamento, e lei invece è venuta con tutta la calma del mondo e mi ha offerto un biscotto invitandomi a uscire. Sospiro e mi maledico per la mia timidezza.
Quando ci incontriamo ci salutiamo con affetto, e quando iniziamo a camminare inizio a sentire una certa familiarità con lei, come se in tutti gli aneddoti che mi racconta ci fosse anche un po’ di me, di conosciuto, di affettuoso. Anche io parlo, le racconto dei miei studi e della mia timidezza (così magari mi perdona per non dirle che mi piace tantissimo), della mia famiglia e tutto il resto.
Mangiamo un gelato e restiamo sulle giostre, parliamo di qualunque cosa, come vecchie amiche ma con una certa malizia. Capisco il significato nascosto delle sue parole e lei capisce il mio.
Verso le sei del pomeriggio, quando il sole è già tramontato Mary prende il cellulare e legge un messaggio, poi lo riposa.
– Mia madre inizia ora il turno in ospedale… Ti va di venire a casa mia? –
Il tuffo al cuore mi lascia inebetita per tutto il percorso. Ogni passo che faccio mi chiedo se abbia senso, ho paura e voglio tirarmi indietro, ma le parole non escono e le gambe continuano nella stessa direzione. Parliamo poco, Mary mi guida paziente.
Camera sua non è molto diversa da quella che doveva avere da bambina, la spalliera del letto è bianca e le pareti sono rosa, però adesso c’è un poster di Jim Morrison su una di queste e su un’altra ci sono le locandine di decine di eventi e concerti a cui è stata.
La scrivania è ingombra di libri e fogli colorati. Scopro così che Mary disegna.
– È la prima volta? -, mi chiede all’improvviso mentre sto guardando un acquarello che raffigura un lago con delle ninfee e una ragazza nuda a riva, non ancora colorata. Mi volto e lei è vicinissima a me, mi lascio spostare un ricciolo bruno dalla faccia. I suoi occhi neri penetrano nei miei e quasi nello stesso momento io annuisco e lei avvicina le labbra.
La sua lingua è calda e dolce. Il suo bacio è delicato e io mi lascio andare. In un attimo tutta la mia tensione si scioglie e io non vedo l’ora di toccarla, di spogliarla, di abbracciarla.

Mary mi tocca il viso e ne disegna i contorni mentre il suo alito caramello dipinge un quadro indimenticabile. La guardo sorridere mentre io sono così insicura che quasi tremo.
– Non avere paura, – bisbiglia, – chiudi gli occhi. –
Obbedisco. Sento le sue mani che dal collo scendono alle spalle e sfilano la felpa che cade sul pavimento. Le sue mani scorrono sulle mie braccia e arrivano alle mie, sudate e fredde, inermi anche se piene di fuoco. Sento Mary inginocchiarsi e sfilarmi le scarpe… mentre sento che mi sto bagnando lei arriva con le mani al bottone dei miei jeans e li apre. Non resisto e apro gli occhi. Il suo viso abbronzato e sereno mi guarda. La sua bocca mi raggiunge mentre con una mano mi tiene la testa e l’altra mi fa scivolare i jeans fino ai piedi.
Mi sento molto più nuda di quanto non sono. La sua delicatezza mi fa un effetto strano: come un uragano che mi trasporta senza farmi male.
Le sue dita entrano nelle mie mutandine a piccoli passettini, uno alla volta; i capezzoli si induriscono sotto la maglia e lei la alza per guardarmi meglio. Faccio un passo indietro e trovo la scrivania piena di libri alla quale mi appoggio con entrambe le mani. Mary si avvicina paziente e mi sfila la maglietta. La sua bocca raggiunge il mio seno e lei inizia a leccarlo piano, un capezzolo per volta, un morso per volta. Mi lecca fino al collo, poi ritorna giù, si toglie la maglia e sopra è nuda anche lei.
Gemo mentre mi afferra e mi bacia e i nostri capezzoli si toccano, torturandosi a vicenda in un movimento lento e costante. Sono duri, arrossati, i miei più scuri a causa dei morsi. Mary mi guarda ma io abbasso lo sguardo, voglio vedere la sua pelle bruna che si scontra con la mia chiara. Voglio godere di lei mentre aspetto che mi penetri con le sue dita lunghe e sottili che così spesso mi hanno passato una tazza piena di cioccolata. Adesso è la sua carne color cioccolato che voglio, è il mio latte che voglio darle.
La spingo verso il letto e lei mi lascia fare. Si siede, poi si stende. Io le sfilo i pantaloni come lei ha fatto con me e resto a guardare le sue mutandine bianche, così innocenti, che risaltano sulla pelle abbronzata. Quando scopro il suo triangolo chiaro e glabro rimango immobile per un attimo, a fissarlo.
Poi il mio corpo si muove da solo, mi inginocchio davanti al letto e le do un bacio. È calda, morbida e quando inizio a leccare Mary perde la sua compostezza e fa un gemito afferrandomi la testa. Vado avanti e indietro, esploro, conosco. La mia lingua vuole imparare a memoria le sue labbra, dentro e fuori. Quando le sfioro il clitoride la sento muoversi con più violenza, i suoi piedi si appoggiano sulla mia schiena e mi spinge più dentro.
Quando viene e geme fortissimo, Mary mi spinge via e io sono già inebriata dal suo sapore, che non avevo mai sentito così dolce. Il mio è molto più amaro. Glielo dico e lei sorride poi mi spinge indietro dicendomi “Adesso lo provo”. Sento le sue dita che entrano dentro di me senza resistenze, la sua bocca che mi bacia ovunque, i seni che si incrociano, il calore che mi sale da dentro le viscere e si riversa in lei. Mary sa, si muove con movimenti esperti, ogni parte di lei mi esplora e mi tocca come se fossimo una sola cosa.

Quando vengo lei non esce da dentro di me la spinge più forte, mi morde più forte e si sdraia sopra di me.
Resto con gli occhi chiusi per un po’, poi li apro e la trovo che mi guarda, con la solita dolcezza ma un po’ di malizia in più.
– Tu il latte, io la cioccolata. -, dice e mi bacia. Io sorrido e le rispondo: – Ne voglio ancora. –
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