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Elena – Racconto erotico

La sala del pilates era diversa quando era vuota. Più grande, più silenziosa, come se respirasse in modo indipendente. La luce soffusa degli appliques scivolava sulle pareti color crema, illuminando i tappetini arrotolati nell’angolo, le fasce elastiche, gli anelli di resistenza appesi ai ganci. Tutto sembrava in attesa. Io ero ferma sulla soglia, con il cuore leggermente più veloce del normale, e non capivo se fosse per la lezione privata o per lei. Elena era inginocchiata al centro della sala, sistemando l’unico tappetino che aveva srotolato. Il suo corpo aveva una geometria che non riuscivo a non guardare: spalle larghe, definite ma non rigide, vita stretta, fianchi pieni di una forza morbida. I leggings neri le aderivano come una seconda pelle, esaltando la simmetria naturale delle gambe e la rotondità dei glutei. La felpa corta lasciava scoperto un lembo di addome, piatto, con la linea netta degli obliqui che si muovevano a ogni suo respiro. Si alzò senza sforzo, con un movimento fluido, quasi felino. I capelli, raccolti in uno chignon imperfetto, lasciavano alcune ciocche scure scivolare sulla nuca, e quel disordine studiato le dava un’aria casuale, ma profondamente seducente. Mi voltò appena lo sguardo, senza dire una parola. Aveva occhi scuri, profondi, fermi. Quel tipo di sguardo che ti osserva senza giudicare, ma che vede anche ciò che non pensi di mostrare.

Entrai. Chiuse la porta. Il clic della serratura risuonò nella sala come un battito trattenuto. Lasciai cadere la borsa accanto alla parete e avanzai con un passo incerto. Mi ero vestita con un top color borgogna e leggings dello stesso tono. Mi piaceva quella tinta: faceva risaltare la mia pelle chiara e contrastava con il rosso naturale delle mie guance, che in quel momento era molto più evidente del solito. Elena mi guardò per un secondo più lungo della semplice valutazione professionale. Sentii il calore salirmi in gola, una fiamma sottile. «Inizia stendendoti sul tappetino» disse a bassa voce, come se avesse regolato il volume per non disturbare l’intimità della sala. Mi sdraiai. Elena si abbassò a terra e mi resi conto che non l’avevo mai vista così da vicino, si mise al mio fianco. Il suo profilo, disegnato dalla luce laterale, sembrava scolpito: naso dritto, labbra piene ma non troppo, zigomi alti. Non c’era nulla di artificiale nella sua bellezza; era una bellezza naturale, elegante, e mi stregava completamente. Posò una mano sul mio addome, giusto sopra l’ombelico. La sua pelle era calda, asciutta, sicura. «Respira qui» mormorò. Inspirai. L’addome si sollevò sotto la sua mano. Espirai. L’addome si abbassò lentamente, mentre le sue dita seguivano la curva del mio respiro. Non parlava più. E quel silenzio, appena interrotto dal rumore ovattato dell’aria condizionata, aumentava ogni sensazione. La sua mano scivolò verso le costole, poi sul fianco. Sentivo il pollice sfiorare la linea del mio torso, un tocco quasi impercettibile, ma in grado di far vibrare qualcosa molto più profondo della pelle. «Girati su un fianco» disse. Mi girai lentamente, portando un braccio davanti al petto. Elena si spostò dietro di me, con il ginocchio che mi sfiorò il sedere mentre trovava la posizione. Potevo percepire la sua presenza come una pressione calda sulla schiena, un campo gravitazionale tutto suo. Le dita si posarono sulla mia vita. La sensazione fu immediata, una fitta dolce che mi attraversò. Non era un tocco neutro; c’era intenzione, delicatezza, conoscenza. Mi eccitai, chiudendo gli occhi nella speranza che non se ne accorgesse. O forse volevo proprio che lo notasse.

«Sollevati leggermente» sussurrò, avvicinandosi quel tanto che bastava per sentire il suo respiro sfiorarmi il collo. Obbedii. Il fianco si staccò dal tappetino, creando uno spazio concavo. Lei seguì quel movimento con il palmo, come se stesse tracciando una mappa segreta. Il mio cuore batteva troppo veloce. Quando mi fece tornare supina, io ero già diversa. La guardai mentre si spostava sopra di me, un braccio a terra per sostenersi, i capelli sciolti dallo chignon che cadevano sul suo viso. La vicinanza era ipnotica: sentivo il suo profumo, una mistura di pelle calda e sapone alla lavanda. «Alza il bacino» disse, ma la sua voce aveva perso la neutralità dell’istruttrice. Sollevai il bacino, vertebra dopo vertebra. Elena seguì il movimento con una mano posata sul mio ventre, guidando la curva. Mi guardava in un modo che non avevo mai visto: intenso, indagatore. «Basta» mormorò. «Puoi abbassarti.» Mi fermai a metà gesto. Non sapevo più se obbedire o restare sospesa. Ma fu lei a interrompere la distanza. Si chinò su di me, lentamente. Le nostre fronti sfiorarono prima ancora che le nostre labbra si avvicinassero. Non era un movimento impulsivo: era intenzionale, meditato. I miei polmoni si bloccarono. Le sue dita salirono dall’addome fino al mio fianco, poi alla costola, poi al collo, che sfiorò con delicatezza. Quando il suo pollice tracciò un semicerchio dietro il mio orecchio, sentii un calore dal basso ventre salirmi fino alla nuca. Le sue labbra toccarono le mie solo per un istante. Un contatto lieve, morbido, che più che un bacio era una domanda. Un secondo tocco, più deciso, fu la risposta. La baciai con passione, con una fame trattenuta, misurata, ma profondissima. Le sue mani mi incorniciarono il viso, poi una scivolò lungo la mia spalla, fino al braccio, come a voler imparare a memoria la mia forma. Era un bacio lento, ma non timido. Caldo, ma non affrettato. Un bacio che conteneva una storia che non avevamo ancora vissuto, ma che in quel momento stava iniziando a scriversi nelle pieghe dei nostri respiri. Quando si staccò leggermente, restò così, sospesa a pochi millimetri da me. Il suo respiro sfiorava le mie labbra. Mi guardò negli occhi come se stesse cercando conferme, o forse come se stesse trovando qualcosa che non sapeva di volere. Io non parlai. Non serviva. Il mio corpo, che si alzava e si abbassava seguendo il mio respiro eccitato, era già una risposta. Elena abbassò la fronte sulla mia e chiuse gli occhi. Un gesto semplice, intimo, profondamente romantico.

Ci baciammo a lungo prima di avere il coraggio di toccarci altrove, di esplorare altri spazi. Elena si spogliò per prima, come se avesse paura di farlo a me. O di fare qualcosa di inopportuno. Io, che non volevo altro che essere nuda tra le sue braccia, guardai con avidità le forme del suo corpo nudo, che si rivelavano una dopo l’altra.
Quando fu nuda per metà la baciai tutta, sentendo i suoi gemiti che si facevano sempre più intensi a ogni tocco delle mie labbra e della mia lingua. Allora mi spogliò, togliendomi il top bordeaux e lasciando anche me nuda, a contatto con il parquet ormai caldo sotto il tappetino, troppo piccolo per contenerci. Rotolammo sul legno freddo e le fui sopra. Sorrise e sorrisi anche io, ma non spezzammo l’incantesimo con le nostre voci. Continuammo a scoprire l’una il corpo dell’altra, fino alle parti più intime.

Quando le sue dita mi sfiorarono le cosce sentii tutto il calore che avevo trattenuto esplodermi nel petto e non potei controllare i gemiti di piacere che seguirono. Elena mi guardava, mi toccava, mi baciava, mi rendeva sua con ogni parte del suo corpo che aderiva al mio come fossimo una sola cosa.
Andammo avanti a esplorarci con le mani, con gli occhi e con i nostri corpi che si sfregavano per un tempo che mi parvero ore. Il suo chignon era completamente rovinato, i capelli sconvolti sul viso. Il sudore illuminava la mia pelle e si mischiava al suo, facendo un’unica acqua dei nostri due universi.
Mi sentivo completamente avvolta dalle sue cosce, dal suo sesso, dalla sua peluria chiara e quasi invisibile, dalle sue spalle muscolose che mi sovrastavano.
Ansimando, Elena venne davanti a me mentre io, tra le sue cosce, assaporavo tutto di lei. Non sapeva quanto mi piacesse per aver superato l’imbarazzo e averla completamente posseduta, così come mi sentivo io.
Tenendo i capelli stretti nella sua mano, inarcò la schiena ed emise un gemito, ansimò fino a recuperare il respiro e poi sorrise, guardandomi ancora tra le sue cosce, mentre anche io ricambiavo con la stessa espressione.
Mi sollevai sopra di lei guardandola negli occhi soddisfatti e poi la sentii mormorare al mio orecchio: “Niente male novellina, ora però fatti insegnare qualche trucco.”

 

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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