Vai al contenuto

Mamma per caso – parte 1

Intro

Ho deciso di scrivere questo diario per raccontare la mia esperienza di mamma, di mamma inattesa. Sento il bisogno di parlarne perché i giorni e le ore corrono velocissime e io ho paura – come sempre – di perdermi qualche pezzo. Non solo pezzi della vita e della crescita di mio figlio, ma anche pezzi di me e della mia esperienza, dei miei pensieri che lascio indietro.

Voglio invece ricordare tutti i momenti, tutte le difficoltà che ho superato, tutte le sfide che non ero pronta ad affrontare e che invece sono riuscita a superare.

Questo diario è dedicato soprattutto alle mamme, alle neomamme, che stanno affrontando questa esperienza per la prima volta, o anche per la seconda o la terza. Ma è dedicato anche alle donne che stanno pensando di diventare mamme o che hanno deciso di non esserlo. E poi è dedicato ai papà, e agli uomini in generale, perché possiate capire, almeno un pochino, come ci sentiamo.

È vero, qui si parla solo della mia esperienza e di come mi sono sentita io, ma sono sicura che alcune di queste sensazioni sono comuni a tutte le mamme e che sarò la voce di molte di loro, che magari non hanno potuto parlare o non hanno voluto farlo.

 

Chi sono io

Comincio da una piccola presentazione di chi sono io, perché conoscermi un po’ è fondamentale per capire cosa ho provato quando è nato mio figlio Leonardo che, al momento in cui scrivo, ha quattro mesi e qualche giorno. Chi ero prima della sua nascita? E chi sono ora?

Sono Claudia, ho 29 anni, e una vita molto intensa e piena. Oltre a lavorare nell’ufficio marketing di un’azienda industriale assieme al mio compagno, ho aperto insieme a lui un ristorante vegano nel 2023, che attualmente ha una sede a Napoli e una a Roma, e si chiama Green M’ama. Lavoro per metà in ufficio e per metà mi prendo cura del personale, degli ordini, degli allestimenti, del marketing, del menù e di tutto quello che c’è da fare per far sì che sempre più gente venga a mangiare da noi, superando il pregiudizio nei confronti della cucina senza carne e pesce.

Oltre a queste cose, mi dedico (o almeno ci provo) al mio blog letterario, Parole mute, dove ora state leggendo queste parole. Mi piace leggere, andare in palestra per fare capoeira (un’arte marziale brasiliana), e viaggiare. Io e il mio compagno viaggiamo tantissimo, e una delle paure più grandi quando abbiamo scoperto che ero incinta era proprio questa: riusciremo a viaggiare come prima? A goderci i viaggi e la libertà che amiamo così tanto?

Fatta questa breve presentazione, forse vi sarà più facile capire il mio terrore quando ho scoperto che avrei avuto un bambino e che avrei dovuto rinunciare a tante cose – almeno per una parte della mia vita.

Ho scoperto di essere incinta che ero a 8 settimane di gravidanza e – dopo una prima fase di spaesamento e di terrore – ho accolto la notizia con gioia. Le nostre famiglie erano felici, i miei amici erano felici, io e il papà ci sentivamo sopraffatti ma contenti. Avevamo altri sette mesi per fare pace col pensiero di un piccolo umano (o umana) nelle nostre vite.

Corro veloce sulla gravidanza, dicendo solo due o tre cose che penso siano degne di nota.

  1. La prima è che sono stata fortunata perché non ho avuto nausee debilitanti. I sintomi si sono limitati agli ultimi mesi, con stanchezza, male alle gambe e alla schiena.
  2. La seconda cosa è che ho viaggiato molto (forse per paura di dovermi fermare a lungo dopo?) e ho visitato l’Egitto, Parigi, l’Andalusia e varie volte Roma e dintorni.
  3. La terza cosa è che sono stata fortunata perché la mia dottoressa non ha mai rotto le scatole per la mia alimentazione vegana. Le mie analisi sono sempre state perfette, i miei valori di ferro e tutto il resto erano ottimali e mio figlio è cresciuto sano, felice e contento anche senza le proteine della carne e l’omega 3 del pesce. Amen.

 

Il parto

Quando si stava avvicinando il momento del parto, diciamo verso maggio e giugno (parto previsto a inizio luglio) ho cominciato ad avere davvero paura.

Innanzitutto, io odio gli ospedali e la putrescenza delle strutture pubbliche in generale. Mi hanno sempre messo una grande angoscia: comuni, ASL, poste, uffici dell’INPS e dell’ABC, Gori, ENEL, Eni, CAF, eccetera. Un’ansia di sigle che mi schiacciava solo a pensarci.

Immaginate quindi la paura che avevo a dover trascorrere il momento più delicato, pericoloso e doloroso della mia vita in una di quelle strutture, circondata da sconosciuti a cui non importava niente di me, perché avevano altri dieci pazienti da accudire o altri dieci caffè da prendere.

Non sono nemmeno mai stata brava a sopportare il dolore fisico. Non mi sono mai rotta niente e non ho mai sofferto per il ciclo. Quindi per me il parto rappresentava veramente la rottura, il burrone, il dirupo, il salto inevitabile che avrei dovuto compiere per mettere al mondo questo bimbo che altrimenti non avrebbe mai visto la luce.

La combo ospedale pubblico più parto doloroso era quindi per me una fonte di ansia che gestivo nell’unico modo possibile: ignorando completamente la cosa.

Fingevo che non dovesse capitare a me, pensavo che sarebbe stato tutto così veloce che non avrei fatto caso a niente di quello che mi stava capitando e mi ripetevo tante rassicurazioni, tra cui la più frequente era: Se lo fa quasi metà della popolazione mondiale allora perché non posso farlo io, che vivo in un paese sviluppato con medici qualificati e medicine all’avanguardia?

Me lo ripetevo notte e giorno, ma in fondo non ci credevo neppure io.

 

Il fatidico 1° luglio 2025

In parte quello che pensavo era vero, dall’altra parte c’erano altre mille cose che non avevo considerato.

Dieci del mattino, caldo soffocante, sudore ovunque, pancia gigante, contrazioni, corsa dalla ginecologa che non capisce se si sono rotte le acque e quindi mi manda in ospedale. Io in preda a contrazioni lancinanti e personale ospedaliero del tutto indifferente al mio dolore e al mio disagio: solo un’altra mamma che deve partorire. La mia vita sta per cambiare per sempre ma per loro ero solo un numero, un altro codice fiscale.

Per una fortuna che auguro a tutte le donne del mondo, durante le mie nove lunghissime ore di travaglio ho avuto vicino un’infermiera che è una persona cara e (a turno) mia madre, mia sorella, la mia amica, il mio compagno. Un esercito di sostenitori che mi hanno aiutato in quelle ore interminabili.

Non ricordo bene l’ordine delle cose ma sicuramente hanno cercato di farmi mangiare, cosa che non sono riuscita a fare, bevendo tutto il giorno solo thè alla pesca, benedetto sia lui.

Faceva un caldo mortale nell’ospedale, dove l’aria condizionata funzionava solo nelle stanze ma non negli ambienti comuni. Io mi sentivo in un mondo a parte, come in una bolla. Sudavo come una pazza e avevo contrazioni dolorose e ravvicinate che mi hanno impedito di stendermi e di sedermi per tutte le nove ore del travaglio. Ero così dolorante che non riuscivo nemmeno più ad avere paura del parto, o di perdere la vita. Volevo solo che finisse tutto in fretta e che questo bambino uscisse da me. Guardavo fuori dalla finestra le macchine per strada pensando a quanto fossero tranquille e ordinarie, mentre io ero in un momento così assurdo.

 

Non ricordo di aver mai provato rabbia verso mio figlio per le doglie, ma nemmeno di aver immaginato “ogni contrazione come un passo verso il momento più felice della mia vita” come aveva detto l’ostetrica al corso preparto.

Ricordo la sala travaglio triste, puzzolente e buia, ricordo il corridoio pieno di donne incinte per le quali non provavo solidarietà ma pena. Nessuna voleva stare in giro perché faceva caldo, ma nelle stanze non c’era abbastanza spazio per camminare.

Ricordo le bottiglie di thè alla pesca sul condizionatore per non farle riscaldare e il cibo intatto sul comodino. Ricordo come mi sembrasse di stare in quell’ospedale da giorni e non da poche ore. Ricordo il sollievo quando, all’ennesima visita, l’ostetrica disse: “Claudia allora, non partorirai a breve purtroppo” – PANICO – “Dovremo aspettare fino a stasera” – SOLLIEVO INFINITO. Erano le 17:30 e non so perché provai un enorme sollievo, forse era il pensiero che non avrei trascorso la notte in travaglio.

Senza andare troppo per le lunghe, alle 19:30 mi portarono in sala parto per l’epidurale (che dio benedica chi l’ha inventata!) e io ebbi finalmente un po’ di sollievo dal dolore: per un’ora riuscii finalmente a stare stesa senza sentire le fitte al ventre che mi avevano squarciato in due tutta la giornata. Non mi importava del dolore del parto, ero pronta ad affrontarlo, però volevo un po’ di sollievo prima. Avevo bisogno di una tregua, anche perché volevo essere lucida (per quanto potessi esserlo mezza drogata di morfina) nel momento in cui avrei potuto dire a me stessa: “Ecco, adesso stai per mettere al mondo il piccolo Leo”.

 

Parto: Ore 21:50

Peso: 3kg

Segni particolari: tanti capelli neri in testa.

Segue la PARTE II

Articoli correlati

Mamma per caso – parte 1

Questo diario è dedicato soprattutto alle mamme, alle neomamme, che stanno affrontando questa esperienza per la prima volta, o anche per la seconda o la terza. Ma è dedicato anche alle donne che stanno pensando di diventare mamme o che hanno deciso di non esserlo. E poi è dedicato ai papà, e agli uomini in generale, perché possiate capire, almeno un pochino, come ci sentiamo.

Continua la lettura »

Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

Naviga tra le categorie dei miei articoli