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Mamma per caso – Parte 5 – Il corpo che ricomincia – Claudia Neri

È sera, Leo dorme già da una mezz’ora, e io sento ancora addosso l’odore tiepido del suo bagnetto, di sapone neutro e di pelle nuova. Mi spoglio davanti allo specchio del bagno — quello grande,  dove la luce è troppo onesta — e per un attimo mi fermo. In questo momento della giornata ho la serenità per guardare bene le cose, ho fatto tutto il mio dovere quotidiano e rimango a fare i conti con quello che resta prima della notte, i momenti che posso dedicare a me soltanto, con calma e serenità.

Mi guardo, mi strucco, mi lavo la faccia, metto la crema (abitudine ormai saltuaria, ma questa volta me la sento di fare un po’ di skincare!), e poi mi fermo come ci si ferma davanti a un paesaggio nuovo, di cui non si conosce ancora la geografia. Quel corpo riflesso è il mio. Lo so, lo riconosco, lo abito tutti i giorni. Eppure è diverso, e non c’è specchio della sera che mi lasci dimenticare quanto.

Sono passati quasi undici mesi dal parto, e da almeno otto ho smesso di aspettare che le cose tornino come prima. L’ho odiata questa pelle, queste forme, questo corpo troppo diverso da quello che avevo, questo addome morbido, questo seno… 
Ma adesso ho smesso di torturarmi e mi guardo con un sorriso, con un abbraccio negli occhi, per dire: puoi diventare quello che vuoi, puoi dimagrire, ingrassare, mettere muscoli, perdere peso, inflaccidirti, ma per adesso va bene così. Ogni giorno un piccolo passo, ma stasera è questo quello che sei, e va bene così.

Questo corpo ha fatto più di quanto potessi immaginare, ha creato una vita, l’ha nutrita, se ne prende cura ogni giorno, e poi ti porta in giro, ti sostiene, ti ubbidisce quando vuoi allenarti, sudare, dimenticare per un po’ chi sei e lasciarti andare, e funziona ancora tutto alla perfezione. Anche se fuori qualcosa è cambiato.

Il seno è sodo, ma non come prima, la pancia è rientrata ma non è piatta, e non lo sarà più, probabilmente, e non in quel modo. È morbida, la pelle liscia copre delle forme tenere, che si ricordano ancora di cosa c’è stato dentro per nove mesi. Le smagliature sono andate via (saranno serviti i 1000 unguenti per preventirle o è solo fortuna? Non lo saprò mai…), e poi qualche capello bianco in più che si fa strada nel castano scuro come le venature dorate del kintsugi che riempiono laddove si era fratturato. Diciamo che me la racconto così.
Risalgo piano con lo sguardo dal basso, arrivo alla cima e poi mi soffermo in mezzo al viso. 
La stanchezza negli occhi è la cosa che mi sorprende di più, perché non si vede subito ma sta lì, sotto, come un livello di marea: le occhiaie sono diventate parte del disegno, non un’eccezione delle notti difficili. Mi accorgo che dietro gli occhi c’è una vigilanza diversa, una specie di radar acceso ventiquattro ore al giorno, che non si spegne mai. Sono un sorvegliante, una sentinella sempre allerta, un Grande Fratello silenzioso che tutto deve sapere e tutto deve prevedere, non si sa mai che Leo abbia bisogno di me e io non sono vigile…

Mentre penso questo, sento il rumore della doccia di mio marito dall’altro bagno. E faccio quel calcolo silenzioso che facciamo tutte, prima o poi, davanti allo specchio: il padre di Leo, a quasi un anno dalla sua nascita, ha il corpo che aveva prima. Identico. Magari un po’ più stanco, qualche capello bianco in più forse, ma sostanzialmente lo stesso uomo. Nessuna mappa nuova sulla pancia, nessun seno cambiato, nessuna linea scura che racconti una gestazione. Non gli rimprovero questo — non si rimprovera la biologia — ma c’è qualcosa di politico, dentro questa asimmetria, che vale la pena chiamare per nome. Le madri portano il segno fisico della genitorialità sul corpo, per sempre. I padri no. E intorno a noi una cultura intera continua a dirci che il nostro lavoro è “recuperare la forma”, cioè cancellare le tracce — come se le tracce fossero il problema, e non la prova.

Io non voglio recuperare niente. Voglio solo stare bene abitando il mio corpo con tutto quello che è ora e tutto quello che contiene che, purtroppo (e mi dispiace davvero), un uomo non potrà mai capire.

So che ognuna di voi ha il suo specchio, e so che ognuna di voi ha un rapporto diverso con lui. Forse avete partorito con un cesareo e portate una linea orizzontale che è un’altra geografia ancora, una soglia. Forse non avete allattato — per scelta, per impossibilità, per dolore — e il vostro seno racconta un’altra storia, ugualmente vera. Forse il vostro corpo non è cambiato visibilmente quasi per niente, e quasi vi sentite in colpa per questo, come se non aveste pagato il pedaggio giusto. Vi dico: il pedaggio non esiste. Non c’è un corpo materno standard, non c’è una mappa giusta. C’è solo il vostro corpo che ricomincia, insieme al vostro cuore.

Stasera, in piedi davanti allo specchio, ho fatto una cosa che mi è sembrata urgente: mi sono guardata lentamente. Cercando di amare invece di giudicare.

Vorrei chiedervelo come una sorella chiede a una sorella: guardatevi, mamme. Guardatevi per riconoscervi. Perché in mezzo a tutte le cose che non torneranno come prima, una è certa: questo corpo qui, quello che adesso sta sotto la luce troppo onesta del bagno, è il corpo che ce l’ha fatta. E ci farà ancora un sacco di strada.

 

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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