Non avrei dovuto salire. Lo penso mentre infilo i sandali e chiudo a chiave la porta dietro di me, la maglietta nera che mi si appiccica già alla schiena, l’aria del pianerottolo che sa di fritto e di calce. È la prima settimana di luglio e Napoli, di notte, non si raffredda: respira piano contro le pareti del palazzo, restituisce il calore accumulato di giorno, lo soffia dalle finestre aperte come un animale stanco.
La festa è sul terrazzo. La signora del secondo l’ha organizzata, dice, per conoscerci tutti — siamo qui da anni e neanche ci salutiamo. Ha ragione lei. Io abito al quarto piano, lavoro da casa da quando ho cambiato lavoro, e dei vicini conosco solo i passi: quelli leggeri della ragazza di sotto, quelli pesanti dei bambini al primo, e i suoi — al quinto — che la sera fanno avanti e indietro nel corridoio sopra la mia testa, sempre alla stessa ora, da quasi un anno.
Lui non si chiama in nessun modo. Voglio dire, un nome ce l’ha, l’ho letto sul citofono — Russo, ingegnere — ma per me è ancora “quello del piano sopra”. Lo incrocio in ascensore tre, quattro mattine alla settimana: io scendo a prendere il caffè al bar, lui scende per andare al lavoro. Buongiorno, buongiorno, mai una parola in più. Ha le mani grandi, asciutte, con le nocche che si tendono quando preme il pulsante del piano terra. I capelli scuri appena più lunghi sul collo, come se avesse rimandato il barbiere. Una fede al dito per i primi mesi, poi sparita. Una volta una bambina con lui, un’altra volta un ragazzino — i figli, un weekend sì e uno no, mi ha detto la portinaia senza che io glielo chiedessi.
Da mesi, in quell’ascensore, mi guarda. Non in modo sfacciato: mi guarda nel modo in cui si guarda qualcosa che non si è ancora deciso di toccare. Io faccio lo stesso. Quattro piani di silenzio in cui le mie spalle e le sue spalle stanno troppo vicine, e ogni volta che la porta si apre al piano terra mi sembra di uscire da sott’acqua.
Salgo l’ultima rampa di scale e il terrazzo si apre sopra il quartiere come un coperchio sollevato. Luci appese a un filo, due tavoli a cavalletti coperti da tovaglie di carta, bottiglie di vino e di limoncello, un piatto enorme di taralli sugnà e pepe. La gente parla forte, i bambini corrono tra le gambe, la signora del secondo mi viene incontro e mi bacia su entrambe le guance come se fossimo amiche da sempre.
Lo vedo all’altro lato del terrazzo. È appoggiato al parapetto, la camicia azzurra con le maniche tirate su fino al gomito, un bicchiere di vino in mano. Sta parlando con un uomo più anziano e ride di qualcosa, e il fatto che rida — che faccia una faccia che in ascensore non gli ho mai visto — mi colpisce nello sterno come uno schiaffo leggero.
Mi vede. Non sorride. Solleva appena il bicchiere, un saluto minimo che gli altri non notano, e io abbasso lo sguardo perché ho paura che mi si veda tutto in faccia.
Mi metto in coda al tavolo, riempio un bicchiere di vino bianco freddo, parlo con la ragazza di sotto della quale ho sempre invidiato i passi leggeri. Mi dice cose che non ascolto. Sento lui che si sposta dietro di me, sento la sua voce — più bassa di come l’avrei immaginata — che saluta qualcuno alle mie spalle. Ogni tanto, quando giro la testa, lo trovo già voltato altrove, ma so che un secondo prima stava guardando me. È una cosa fisica, come un filo teso tra due punti del terrazzo che si tende ogni volta che uno dei due si muove.
Bevo. Bevo ancora. La notte si fa più scura e i lampioni del vicolo, in basso, accendono di giallo gli angoli del terrazzo. Sale il rumore del traffico — i motorini, le voci di qualcuno che si chiama dalla strada, una televisione accesa in un appartamento di sotto. Napoli non tace mai, e stasera nemmeno io.
A un certo punto, non so come, ci ritroviamo allo stesso angolo del parapetto. Lui ha riempito di nuovo il mio bicchiere senza chiedermelo. Mi appoggio con i gomiti al muretto e guardo il quartiere ai miei piedi, le terrazze più basse, i panni stesi, la cupola della chiesa illuminata dal basso. Lui mi sta accanto e non parla per un minuto intero. Sento il suo braccio nudo a un palmo dal mio.
«Lavora da casa?» dice alla fine, e ha la voce di uno che ha già attraversato la conversazione tre volte nella propria testa prima di iniziarla.
«Sì.»
«La sento camminare, certe notti. Avanti e indietro nel corridoio.»
Lo guardo. Lui guarda dritto davanti a sé.
«Anch’io la sento» rispondo. «Lei è sopra di me.»
Sorride senza voltarsi, e quel sorriso — piccolo, di lato, quasi colpevole — è la prima crepa nella diga che abbiamo tenuto in piedi per mesi.
Restiamo lì ancora un po’. Parliamo poco, di niente — il caldo, il vicino del terzo che si è ubriacato, sua figlia che la prossima settimana parte per il mare con la madre. Quando dice “la madre” mi guarda di sbieco, come a controllare che io abbia capito che non c’è più una moglie nella stanza accanto. Ho capito. Ho capito da mesi.
La signora del secondo passa con un vassoio di babà. Quando si allontana lui posa il bicchiere sul muretto. La sua mano sfiora la mia, e non è un caso. Resta lì un secondo, due, tre, e io non la sposto.
«Ho il caffè buono, a casa» dice piano, senza guardarmi.
Lo guardo. Annuisco una sola volta.
Scendiamo per le scale, non per l’ascensore. Lui davanti, io dietro, in silenzio, e a ogni rampa che separa il terrazzo dal suo piano io sento il cuore battermi più in basso, nel ventre. Sul pianerottolo del quinto si ferma davanti alla sua porta, infila la chiave nella serratura con un gesto lento, e prima di aprire mi guarda — un’ultima volta — come a chiedermi se sono ancora sicura. Non rispondo. Gli passo davanti ed entro.
L’appartamento è buio e fresco, sa di legno e di pulito e debolmente di lui. Non accende la luce. Chiude la porta e resta con la schiena contro il battente, le mani lungo i fianchi, e mi guarda come se non sapesse ancora come si fa. Allora lo faccio io.
Faccio un passo verso di lui, gli appoggio una mano sul petto, sopra la camicia azzurra, e sento il suo cuore battere veloce sotto il palmo. Salgo con le dita fino al primo bottone e comincio a slacciarlo. Lui non si muove, mi lascia fare. Slaccio il secondo, il terzo, lentamente, e a ogni bottone la camicia si apre su un pezzo di pelle scura, su quei peli sul petto che ho immaginato anche senza volere mille volte nell’ascensore. Quando arrivo all’ultimo bottone gli sfilo la camicia dalle spalle e la lascio cadere sul pavimento.
È allora che mi prende. Mi prende per la nuca con una sola mano, ferma, decisa, e mi bacia. La sua bocca sa di vino e di limone, le labbra calde, la lingua più lenta di quanto mi aspettassi, come se avesse tutto il tempo del mondo. Mi spinge contro la parete dell’ingresso e sento il muro fresco contro la schiena, la sua mano che mi cerca sotto la maglietta, le dita ruvide sul fianco, sul ventre, sotto il reggiseno. Quando trova il capezzolo lo stringe piano tra il pollice e l’indice e io espiro nella sua bocca, un gemito muto che si perde nel suo bacio.
Mi solleva la maglietta e me la sfila dalla testa. Mi guarda. La luce del lampione del vicolo entra dalla finestra del salotto, taglia la stanza in due, e mi taglia anche a me — un fascio giallo che mi attraversa lo sterno e si ferma sul seno. Resto così un istante, mezza al buio e mezza dorata, mentre lui mi guarda come si guarda qualcosa che si è desiderato troppo a lungo per crederci ancora.
«Ti ho immaginata tante di quelle volte» dice piano, e la sua voce è bassa, intima, una confessione fatta a labbra contro la mia tempia.
Non rispondo. Gli prendo la mano e me la porto sui pantaloni, fra le cosce, sopra la stoffa. Lui chiude gli occhi un momento, come per resistere, poi mi slaccia il bottone, abbassa la cerniera, infila la mano dentro. Le sue dita mi trovano già bagnata e quando mi toccano io devo appoggiarmi al muro per non scivolare. Mi muove piano, in cerchio, mentre con l’altra mano mi tiene la nuca e mi bacia il collo, sotto l’orecchio, lungo la mandibola. Sento i suoi denti sulla pelle, leggeri, e poi la sua lingua, e poi di nuovo i denti, e ho la sensazione che le ginocchia stiano per smettere di reggermi.
Mi prende per mano e mi porta in camera. Il letto è disfatto da un lato solo — il suo — e questo dettaglio, il suo lato di letto in mezzo all’altro lato vuoto, mi fa qualcosa nello stomaco che non c’entra con il desiderio ma lo amplifica. Mi spoglia del tutto, in piedi accanto al letto, lentamente, sfilandomi i pantaloni e le mutande in un solo gesto. Poi si toglie i suoi. Lo guardo per la prima volta, intero, e non distolgo lo sguardo: l’erezione contro il ventre, la linea scura che scende dall’ombelico, le cosce solide di uno che ha portato in braccio bambini per anni.
Mi spinge dolcemente sul materasso, mi stendo, e lui sale sopra di me. Le sue mani mi aprono le ginocchia, la sua bocca scende lungo lo sterno, tra i seni, sul ventre. Quando arriva tra le cosce mi guarda un istante, dal basso, e poi si china e mi tocca con la lingua. Lo fa lentamente, attentamente, come se stesse imparando una lingua nuova. Le mie dita gli affondano nei capelli — i capelli che ho voluto toccare in ascensore per dieci mesi — e tiro piano, sentendolo gemere sulla mia pelle. Le sue mani mi tengono i fianchi fermi, il respiro caldo, la lingua che trova un ritmo e ci resta. Sento il piacere salire dal basso ventre come un’onda, lenta, calda, e quando arriva mi inarco contro la sua bocca, mi premo una mano sulla bocca per non gridare — perché c’è un palazzo intero sopra di noi, c’è un terrazzo pieno di gente che parla ancora, c’è la città che ascolta.
Lui risale su di me, si appoggia sui gomiti. Mi bacia, e nella sua bocca sento il mio sapore, e quel sapore mi accende di nuovo come se non avessi finito niente. Mi guarda negli occhi quando entra dentro di me, piano, e io lo accolgo con un suono lungo, un sospiro di resa. Spinge profondamente, lentamente, ed è esattamente come ho immaginato mille volte e niente come l’avevo immaginato. Le mie gambe gli si avvolgono ai fianchi, i miei talloni gli premono la schiena, lo tiro dentro di me con tutto il corpo.
Accelera. Il letto cigola appena, la luce del lampione gli traccia una striscia gialla sulla schiena nuda, sulla spalla, sulla nuca. Le mie mani gli graffiano le scapole, il fianco. Il rumore del traffico, in basso, continua a salire dalla finestra aperta — un motorino lontano, qualcuno che chiama un nome dal vicolo — e dentro a quel rumore di città c’è il nostro respiro, il letto, i nostri corpi che si scontrano umidi, ritmici.
Quando viene affonda la fronte nel mio collo e mi stringe come se avesse paura che scappassi. Io gli accarezzo la nuca, lentamente, sentendo il suo cuore battere sopra il mio. Restiamo così a lungo. L’aria della finestra ci asciuga la pelle. Il lampione del vicolo continua a entrare giallo, paziente, come se ci avesse aspettati per mesi.
Mi addormento un’ora, forse meno. Quando apro gli occhi è ancora buio fuori ma comincia a esserci quel grigio prima dell’alba che a Napoli arriva presto d’estate. Lui dorme di fianco, una mano aperta sul mio fianco, il respiro lento. Mi rivesto in silenzio, gli sandali in mano. Sulla soglia mi volto, lo guardo un istante — la spalla nuda, i capelli scuri sul cuscino — e poi chiudo piano la porta.
Scendo le scale a piedi nudi. Quattro rampe fino a casa mia.
Alle otto e mezza prendo l’ascensore per andare al bar, come ogni mattina. Si ferma al quinto. Le porte si aprono e lui sale, camicia pulita, capelli ancora bagnati, l’odore del sapone che gli ho sentito addosso ieri notte ma diverso — adesso è solo sapone, solo mattina.
«Buongiorno» dice.
«Buongiorno» rispondo.
Quattro piani di silenzio. Le sue nocche sul pulsante del piano terra. Le mie mani strette intorno alla borsa.
Quando le porte si aprono al piano terra usciamo insieme, uno dietro l’altro, come sempre. Lui prende a destra, verso il garage. Io a sinistra, verso il bar. Non ci voltiamo.
Ma so che stasera, quando salirò le scale, sentirò i suoi passi sopra la mia testa. E lui saprà che li sto sentendo.



