Sul tavolo della cucina ci sono tre fogli scarabocchiati, un elenco di nomi che ho riscritto quattro volte, e una tazza di caffè ormai freddo. Leo è per terra che gioca con un cucchiaio di legno, lo batte contro la gamba della sedia con un’aria assorta, come se stesse facendo un lavoro molto importante. Tra due settimane esatte compie un anno e io sto cercando di capire se vale la pena cambiare ancora una volta il colore dei palloncini e prendere una torta più grande, invitare qualcuno in più… o in meno.
Fuori è un giugno caldissimo, l’afa è qui con noi da qualche giorno. Da qualche parte, a Dublino e in tante altre città, c’è chi sta ripercorrendo le strade di Leopold Bloom con un libro in mano. Io ho l’Ulisse sullo scaffale dal 2014, lo apro ogni anno il 16 giugno e leggo due pagine come una promessa che faccio a me stessa di tornarci sul serio. Anche stamattina ho aperto il libro, ma poi Leo si è svegliato col suo meraviglioso richiamo “Mamma!” prima che finissi il primo paragrafo, e io ho richiuso il volume con quel gesto a cui mi sono abituata in dodici mesi: rimandare un pezzo di me a un momento che non si sa quando arriverà.
Lo dico subito: non ho mai pensato che organizzare un primo compleanno fosse difficile. Non davvero. Difficili sono le notti, i denti, i pianti che non capisci, il rientro al lavoro, gli sguardi della gente al supermercato. Un compleanno è solo una giornata. Eppure non sono tanto le cose, gli amici, è più l’idea che mi spaventa. L’idea di arrivare lì e non godermi abbastanza il fatto che è già passato un anno, 12 mesi, 365 giorni, da quel giorno indimenticabile, doloroso, bellissimo, in cui la mia vita è cambiata per sempre.
Quello che mi colpisce, in queste settimane di preparativi psicologici è il doppio binario. Da una parte c’è quello che racconterò sui social — la torta sistemata bene, Leo seduto sulla seggiolina con il bavaglino pulito, il primo morso curioso, la luce filtrata, la didascalia studiata. Dall’altra c’è quello che mi resterà davvero in testa fra dieci anni, e non sarà niente di tutto questo. Sarà la notte prima, con mio marito che apre lo spumante un’ora prima del previsto perché “tanto, dai, è festa”, e mia madre che entra in cucina alle sette del mattino già vestita bene, con gli occhi un po’ lucidi, e mi guarda come non mi guardava da quando avevo dieci anni. Sarà il dito di Leo che cerca la candelina e quasi se la mangia. Sarà il momento in cui mi accorgerò, all’improvviso, che è passato un anno.
Un anno. Lo scrivo qui perché altrove non riesco. Un anno fa di questi giorni ero in un corpo che non mi capiva, con la paura sotto la pelle che si confondeva con il caldo di giugno. Le ultime due settimane prima del parto le ricordo come un tempo sospeso, una specie di letargo a occhi aperti. Poi è arrivato il primo luglio, e da lì sono scomparsa. Non c’è altro modo di dirlo. La donna che ero a giugno 2025 non esiste più. Per mesi mi sono chiesta dove fosse finita, se sarebbe tornata, se l’avrei più voluta indietro. Ho odiato il mio corpo nuovo, ho odiato la stanchezza, ho odiato qualche volta perfino il rumore del biberon che bolle in pentola.
Poi, piano, qualcosa è tornato. Non la stessa donna — quella no. Una donna diversa, con dentro tutta l’altra, ma trasformata. Ho ricominciato a leggere a settembre, a scrivere a novembre, a ridere come ridevo prima a febbraio. A maggio ho riaperto Annie Ernaux e l’ho capita in un modo nuovo. Bloomsday, pensavo prima, è la giornata di un uomo qualsiasi che diventa letteratura. Forse anche questo primo anno è stato un Bloomsday lungo dodici mesi: la vita di una donna qualunque, di mille donne qualunque, che diventa importante solo perché è la nostra. Solo perché siamo noi a viverla.
La festa sarà una bella festa. Verranno i nonni, i fratelli, le sorelle, i nipoti grandi che si contenderanno il diritto di tenere in braccio Leo per primo, e qualche amica con cui ho condiviso le notti peggiori dell’autunno scorso. Ci saranno i palloncini, la musica, la torta. Le foto saranno belle. Pubblicherò qualcosa, probabilmente — sono umana anch’io. Ma sotto la festa, dietro le foto, ci sarà un’altra cerimonia che riguarda solo me. Sarà la mia. Come Leo è un po’ mio, un pezzo di me che non ritornerà indietro ma che si dispederà in un mondo enorme, dove – almeno spero – porterà pace e amore.
Quando spegneremo la candelina, io guarderò Leo e gli farò una promessa che lui non capirà mai. Non gliela dirò ad alta voce. Non la scriverò qui per intero. Ma sarà la promessa che ogni madre fa al suo primo compleanno e che resta per sempre dentro di lei, come una crepa nascosta in un muro che però tiene su la casa.
E a voi voglio chiederlo. Voi che siete passate da qui prima di me, o che state per arrivarci: quel primo compleanno cosa avete davvero festeggiato? Lui che cresceva, o voi che eravate sopravvissute? Tutti e due, immagino. Però scrivetemelo. Ditelo nei commenti, o in un messaggio. Voglio sapere come l’avete chiamata, quella cerimonia silenziosa dentro la festa.



