Lo studio è all’ottavo piano di un palazzo umbertino di via Roma, e quando esco dall’ascensore ho già il vestito attaccato alla schiena. Palermo a fine giugno non perdona: l’aria che sale dal vano scale sa di intonaco caldo e di polvere antica, il marmo del pianerottolo è l’unica cosa fresca che ho toccato da quando ho lasciato l’albergo. Lo sento perfino sotto le suole sottili dei sandali, dove le dita dei piedi escono scoperte.
Suono. La segretaria non c’è — è sabato, lo sapevo entrando — e mi apre lui in persona. Il vestito grigio scuro perfettamente in piega nonostante l’ora, la camicia bianca con i due bottoni del collo slacciati, la cravatta annodata stretta. È completamente calvo, di quella calvizie netta e pulita che certi uomini si scelgono e che gli ridisegna il viso. Gli occhi grigi sotto le sopracciglia ancora scure. Mi guarda un secondo di troppo prima di farsi da parte.
«Avvocato.»
«Avvocato no. Oggi è sabato. Si accomodi.»
Lo seguo lungo il corridoio. Lo studio è uno di quei vecchi appartamenti palermitani che gli avvocati comprano e non ristrutturano: soffitti altissimi con le cornici di gesso ingiallite, le porte a vetri smerigliati, il pavimento di graniglia che alle tre del pomeriggio restituisce ancora la luce del balcone. I miei sandali bassi battono piano sul lucido della graniglia, un suono asciutto che lui mi sente arrivare alle spalle. Il suo ufficio personale è in fondo, dà sul golfo. Quando entro mi fermo sulla soglia: la stanza è larga, una scrivania scura di noce in mezzo, due poltrone di pelle davanti, una libreria che copre tutta la parete dei codici, e un balcone aperto, spalancato, da cui entra il vento caldo del mare.
Il vento mi prende addosso non appena mi sposto al centro della stanza. Il mio vestito giallo, di un cotone leggero comprato in via Maqueda due giorni fa, si solleva all’altezza delle cosce con uno schiaffo netto. Lo tengo giù con una mano, ma non abbastanza in fretta. Lui mi sta guardando.
«Si sieda. Le porto un caffè.»
Mi siedo su una delle poltrone di pelle davanti alla scrivania, non sulla sua. Lui sparisce nel corridoio. Tolgo gli occhiali, li pulisco con l’orlo del vestito, li rimetto. Le lenti mi appannano subito per il sudore. Dalla porta-finestra entra un’aria che sa di sale e di benzina, di asfalto bollente e di gelsomini di qualche balcone vicino. Sotto, otto piani più giù, il traffico è ovattato come una radio lontana.
Sono venuta per ringraziarlo. Ha chiuso ieri una pratica che mi aveva tenuta sveglia per tre mesi — una cosa di famiglia, niente di sporco, solo lenta come solo certe carte sanno essere lente. Ieri sera al telefono ha detto: «Domani passi da me a prendersi un caffè, prima che riparta.» L’ha detto con quella voce che aveva tenuto per tutta la pratica, voce piena, voce ferma, voce in cui non c’è mai stato niente di personale. Ho detto sì.
Adesso lo sento tornare lungo il corridoio. Mi raddrizzo, accavallo le gambe, il vestito mi risale di nuovo. Quando entra con il vassoio non finge di non guardare. Posa il caffè sulla scrivania, mi porge la tazzina, e quando le nostre dita si toccano sul piattino è un secondo solo ma è già successo qualcosa. Le sue mani sono curate, le dita lunghe, l’unghia tagliata corta. Niente fede.
Si siede dall’altra parte della scrivania. Bevo. Il caffè è forte, amaro, di quelli che ti svegliano il palato.
«Allora se ne va davvero stasera.»
«Stasera. Il volo è alle dieci.»
«Peccato.»
Lo dice senza enfasi, come se gli fosse scappato. Poi appoggia i gomiti sul piano della scrivania, intreccia le dita davanti al mento, e mi guarda. Non sorride. È la stessa posizione che gli ho visto prendere in due udienze, quando aspettava la risposta di un giudice. Solo che adesso sta aspettando me.
Una folata più forte entra dalla finestra e mi solleva il vestito sopra il ginocchio. Lo lascio risalire un dito di più prima di rimetterlo a posto. Lui se ne accorge. Si appoggia indietro contro lo schienale, allarga le gambe sotto la scrivania, e tace.
Il silenzio dura troppo a lungo perché sia un silenzio innocente. Fuori, una campana batte le tre e mezza. La tazzina di caffè è vuota da un pezzo nella mia mano.
«Avvocato, dovrei andare. Devo ancora chiudere la valigia.»
«Faccia il caffè con calma.»
«Il caffè è finito.»
«Allora ne faccia un altro.»
Mi alzo. Faccio due passi verso la scrivania per posare la tazzina sul vassoio. Il vento sceglie quel momento per soffiare di nuovo, e il mio vestito mi si attorciglia attorno alle gambe, mi sale sulla schiena, mi si appiccica al ventre. Lui si alza. Non bruscamente — con la stessa lentezza con cui si è alzato in tribunale per fare un’eccezione. Mi viene incontro, gira attorno alla scrivania, e mi si ferma davanti a un palmo dal viso.
«Resti.»
Non è una domanda. Non è nemmeno un ordine. È un fatto enunciato come una sentenza, e io sento il sangue battermi nelle tempie e dietro le ginocchia.
«Avvocato, io—»
Mi mette una mano sul fianco, ferma, attraverso il cotone giallo del vestito. Sento il peso del suo palmo come se non ci fosse stoffa. Con l’altra mano mi sfila gli occhiali dal naso, piano, e li posa sulla scrivania accanto al vassoio. Il mondo mi diventa un po’ morbido sui bordi. Lui no: lui resta nitido, calvo, grigio negli occhi, vicino.
«Mi dia un motivo per andare via e la lascio.»
Non glielo do.
Mi prende il viso con tutte e due le mani e mi bacia. La sua bocca è precisa, calda, sa di caffè e di una qualche acqua di colonia secca che mette al mattino. Non si affretta. Mi succhia il labbro inferiore, poi quello superiore, poi entra con la lingua come se stesse parlando una lingua che mi ha sempre saputo parlare. Io porto le mani sulla sua testa rasata. Il palmo mi si poggia sulla sua nuca calda e liscia, e quella sensazione nuova — la pelle nuda di un cranio sotto la mia mano, niente capelli a mediare — mi accende tra le gambe come un piccolo cortocircuito.
Mi gira contro la scrivania. Il bordo di legno mi entra dietro le cosce. Lui si stacca un secondo per guardarmi, e in quel secondo mi rendo conto che il sole obliquo dal balcone gli colpisce metà del viso, gli fa brillare la testa, gli accende un’ombra in fondo all’iride.
«I tuoi capelli» dice. È la prima volta che mi dà del tu. «Sono di un rosso che non si vede.»
Mi tira via la molletta. I capelli mi cadono sulle spalle, sul petto, contro il giallo del vestito. Lui ci affonda dentro una mano, ne raccoglie una manciata alla nuca, e mi tira piano la testa indietro. La gola mi si espone, e lui ci mette la bocca. Mi bacia sotto l’orecchio, sul collo, alla base della clavicola, lentamente, come se avesse tutta l’estate. Io chiudo gli occhi e sento il vento entrare di nuovo dalla finestra, sollevarmi il vestito sulle ginocchia, scoprirmi le cosce.
Sento le sue mani scendere ai lati del vestito e prendere i due lembi. Me lo solleva, piano, fino alla vita. Il suo sguardo si abbassa.
«Si tolga i sandali.»
Lo guardo. Non mi chino. Resto in piedi davanti a lui e lascio scivolare via prima uno, poi l’altro, spingendoli giù con la punta del piede opposto. Le suole di cuoio cadono piano sulla graniglia. I miei piedi nudi trovano il pavimento — fresco per un istante sotto la pianta, poi tiepido di pomeriggio. Lui mi prende per la vita e mi solleva di peso sul piano della scrivania, in mezzo ai fascicoli. Il legno è tiepido sotto le mie cosce nude. Le sue mani mi aprono il vestito davanti, due bottoni alla volta, fino allo sterno, fino all’ombelico, fino sotto, dove non ci sono più bottoni e il cotone giallo cade ai miei lati come una corolla aperta.
«Senza reggiseno?»
«Fa troppo caldo.»
«Brava.»
Mi spinge giù sulla scrivania. La mia schiena trova il legno, una cartelletta di pelle, un raccoglitore, qualcosa di duro sotto la scapola sinistra che lui sposta con un gesto secco. I miei capelli rossi si allargano sopra la carta dei suoi clienti. Lui resta in piedi tra le mie ginocchia divaricate, e si scioglie la cravatta senza fretta, con una mano sola, guardandomi. Si toglie la giacca, la posa sullo schienale della sua poltrona. Si slaccia i polsini della camicia, uno, due, e tira su le maniche fino al gomito. Gli avambracci sono scuri, percorsi da vene chiare. Non si toglie la camicia. Non si toglie i pantaloni.
Si china. Mi prende un capezzolo in bocca, lo succhia con calma, e con la mano libera trova l’altro. Le sue dita curate, da uomo che firma documenti, mi pizzicano piano fino a farmi sentire una scossa che mi corre giù lungo il ventre. La sua bocca scende. Bacia il mio sterno, lo spazio tra le costole, lo stomaco, l’ombelico. Quando arriva al bordo delle mie mutande mi guarda di nuovo, dal basso, gli occhi grigi sopra il giallo del mio vestito aperto.
«Posso?»
«Sì.»
Me le sfila lentamente. Le posa sull’angolo della scrivania, accanto agli occhiali, come se anche loro fossero un documento da archiviare. Poi si inginocchia tra le mie gambe sul pavimento di graniglia, mi prende le ginocchia e me le apre del tutto, e mi mette la bocca tra le cosce.
La sua lingua è precisa come la sua voce. Sa dove andare. Non cerca, sceglie. Lecca lento, poi insiste in un punto solo, poi torna largo. Le sue mani mi tengono i fianchi fermi sul piano della scrivania, e ogni volta che io provo a sollevarmi mi rispingono giù con una fermezza che mi scioglie. Sento le carte stropicciarsi sotto la mia schiena. Sento il vento di Palermo entrare dalla finestra spalancata e farmi gelare il sudore sulla pancia mentre la sua bocca mi tiene calda. Sento, da lontano, il claxon di un motorino in via Roma, otto piani più giù, e mi viene da ridere perché sono qui, distesa nuda dalla vita in giù sulla scrivania di un avvocato di Palermo, con il vestito giallo aperto attorno a me come un girasole sbocciato, e nessuno al mondo sa dove sono.
Il piacere mi sale piano dall’interno delle cosce. Lui se ne accorge dal mio respiro e rallenta apposta, per tenermi sul filo. Gli infilo le mani sulla testa rasata, gli stringo le tempie, e quando finalmente decide di portarmi su mi spinge un dito dentro, poi due, mentre la sua bocca non si stacca. Vengo con la schiena inarcata sulla scrivania, una mano sulla sua nuca calva e l’altra che afferra il bordo del piano, e il suono che mi esce è più alto di quanto avrei voluto. I piedi nudi mi si tendono nel vuoto sopra la graniglia, le dita arricciate. Lui non si scompone. Aspetta che la scossa mi passi, poi mi bacia l’interno della coscia, e si rialza.
Si slaccia la cintura. La fa scorrere via dai passanti, piano. Si apre i pantaloni, si abbassa la stoffa quel tanto che basta. Io sono ancora distesa sul piano, le gambe aperte, le costole che mi salgono e scendono. Lui mi prende per i fianchi e mi tira un po’ più verso il bordo, finché le mie natiche non sono al pelo del legno.
«Guardami.»
Lo guardo. Entra dentro di me lentamente, in una sola spinta lunga, e nei suoi occhi grigi non si muove niente tranne le pupille che si dilatano un poco. Io sento un suono basso uscirmi dalla gola che neanche riconosco.
Le sue mani sui miei fianchi, sotto il vestito giallo arrotolato in vita. La sua camicia bianca aperta sul petto, dove vedo per la prima volta un torace asciutto e scuro, un solco al centro, due piccoli capezzoli scuri. Si china in avanti, una mano sulla scrivania accanto alla mia testa, l’altra ferma sul mio fianco, e comincia a muoversi. Le spinte sono lente, profonde, calcolate come un’arringa. Ogni volta che entra fino in fondo, il piano della scrivania scricchiola piano sotto di me, una carta mi si attacca alla schiena bagnata di sudore.
Apro le ginocchia di più. Le mie cosce gli stringono i fianchi vestiti. Lui accelera senza chiedere, e io mi sento le sue cosce vestite battere contro le mie cosce nude, il tessuto del suo pantalone contro la mia pelle, e quel contrasto — io completamente esposta sotto il vestito aperto, scalza, lui ancora dentro la sua divisa — mi accende un’altra volta, più stretto, più rapido.
Una folata di vento entra dalla finestra, fa svolazzare un foglio dalla scrivania, lo butta in terra. Nessuno dei due se ne accorge. I capelli rossi mi si attaccano alla fronte sudata, e lui ce li scosta indietro con due dita, senza smettere di spingere, in un gesto improvviso di tenerezza che mi colpisce più di tutto il resto.
«Vieni di nuovo.»
Lo dice piano, all’orecchio. Io vengo di nuovo, perché me lo dice lui, perché mi ha aperta tutta sul suo tavolo da lavoro, perché il vento di Palermo mi sta soffiando addosso il vestito giallo come una bandiera. Mi mordo il dorso della mano per non urlare, ma un suono mi sfugge lo stesso e si perde dentro la stanza alta. Lui viene un istante dopo, fermo dentro di me, una mano alla mia nuca, la bocca contro la mia fronte. Lo sento tremare brevemente, una sola volta, prima di restare immobile.
Restiamo così per un tempo che non so misurare. Il respiro suo sul mio orecchio, il mio respiro contro la sua camicia bianca, ancora dentro. La graniglia sotto i suoi piedi vestiti, il legno della scrivania sotto la mia schiena, il vento.
Poi si stacca. Senza fretta, senza scuse. Si rialza, si chiude i pantaloni, si rimette la cintura. Si abbottona la camicia ai polsini con quella stessa precisione con cui se l’era slacciata. Non si rimette la giacca, non ancora.
Io mi tiro su sul gomito. Il vestito giallo mi cade a metà del seno, mi resta aperto sul ventre. Lui prende le mie mutande dall’angolo della scrivania e me le porge, senza commento, come si porge una penna. Le rinfilo seduta sul piano, scendo. I piedi tornano sulla graniglia tiepida. Cerco i sandali con la pianta del piede, li trovo, ci entro dentro uno alla volta. Mi richiudo i bottoni del vestito uno alla volta. Lui mi guarda farlo. Quando arrivo all’altezza del seno, mi prende le mani, me le sposta, e me li abbottona lui.
«I capelli» dice.
Vado allo specchio in fondo alla stanza, sopra una credenza con i codici. Mi rimetto la molletta. Mi rimetto gli occhiali, presi dalla scrivania. Nello specchio vedo lui dietro di me, in piedi, le mani in tasca, che mi osserva ricomporsi come se stesse studiando una testimone.
«La accompagno alla porta.»
Lo seguo lungo il corridoio. I sandali tornano a fare il loro suono asciutto sulla graniglia, ma più piano di quando ero arrivata, come se avessero imparato a stare lì. Ai piedi della porta d’ingresso mi tende la mano, ferma, asciutta, come ieri al telefono. Gliela prendo. La stringo. Lui non la lascia subito.
«Buon viaggio.»
«Grazie, avvocato.»
«Avvocato no. Oggi è sabato.»
Sorride per la prima volta, di un sorriso piccolo che gli sposta appena l’angolo della bocca. Apre la porta. Esco sul pianerottolo. Aspetto l’ascensore senza voltarmi. Sento la sua porta chiudersi dietro di me con uno scatto morbido, professionale.
In ascensore, scendendo, mi accorgo che il vestito mi profuma ancora di lui — quell’acqua di colonia secca — e che ho un foglio del suo studio incollato tra le scapole, sotto il cotone giallo. Lo sento ogni volta che mi appoggio allo specchio della cabina. Non lo tiro via.
Quando esco in via Roma, alle quattro del pomeriggio, Palermo mi prende in pieno con il suo muro di caldo. L’asfalto scotta perfino attraverso le suole sottili dei sandali. Cammino verso l’albergo con il sole negli occhi. Stasera salgo su un aereo e torno alla mia vita. Lui resterà chiuso in quello studio all’ottavo piano, con il vento del balcone che gli muove i fogli sulla scrivania, e a un certo punto della prossima settimana, mentre detta un atto alla segretaria, sentirà il vento sollevare una carta e la guarderà cadere, e si fermerà un secondo.
Va bene così. Il rosso che mi ha visto fra i capelli lo so io.



