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Mamma per caso – Parte 13 – Le amiche senza figli – Claudia Neri

Sono le tre di notte e Leo si è svegliato di nuovo. La sua testa pesa sulla mia clavicola con quel peso esatto che ho imparato a riconoscere, le ciglia gli si muovono appena sotto le palpebre chiuse mentre lo cullo piano. Con la mano libera scorro Instagram, perché a quest’ora del mattino l’unico modo che ho per restare sveglia senza diventare matta è guardare la vita degli altri.

Una storia di un’amica. Formentera. Un calice di vino bianco appoggiato a un tavolino di legno, dietro il mare che ha quel blu inarrivabile che solo a giugno il Mediterraneo riesce a tenere così. Sotto, la canzone in sottofondo, una musica che conoscevo anche io, qualche anno fa, quando l’estate cominciava il 15 di giugno e finiva ai primi di settembre, e l’unica preoccupazione era ricordarsi di mettere la crema.

Non è invidia. È un piccolo riconoscimento, mentre Leo respira piano contro di me, di una distanza che fino a un anno fa non c’era. Lei è là, io sono qui. Lei finisce un cocktail mentre io aspetto che mio figlio si riaddormenti per poterlo riportare nella culla senza svegliarlo. E va bene così, è davvero così che doveva andare, ma c’è qualcosa che attraversa la stanza buia in quel preciso istante e che vale la pena nominare.

L’amicizia femminile cambia con la maternità, e nessuno lo dice. O meglio, lo dicono i libri, i podcast americani, qualche post sui social. Ma nelle conversazioni vere tra noi, quelle alla luce piena, di solito ci si limita a un sorriso amaro e a una battuta. “Eh, ormai…” E si cambia discorso. Forse perché parlarne fino in fondo significa ammettere che qualcosa si è perso, e ammettere che qualcosa si è perso fa paura — a noi madri perché sembra di tradire l’amore per i figli, alle amiche senza figli perché sembra che gli rimproveriamo una scelta che non hanno fatto loro.

Quello che si è perso lo conosco bene. Le cene di tre ore senza guardare l’orologio. La possibilità di dire “ci vediamo stasera” un giovedì alle sette. I weekend lunghi a Lisbona prenotati dieci giorni prima. La conversazione interrotta solo dal cameriere, mai dal pianto di nessuno. Una lingua in comune fatta di film visti la stessa settimana, di libri appena finiti, di pensieri che avevano avuto il tempo di sedimentare. Adesso, quando ci sentiamo, io le racconto un piccolo progresso di mio figlio e lei mi racconta di un viaggio a Lisbona che ha appena prenotato, e tra le due cose c’è un piccolo, gentile abisso che facciamo finta di non vedere.

Quello che resta è la base. La conosciamo da prima, e questo le serie televisive non lo spiegano: la differenza non la fa l’argomento di cui parliamo, la fa il fatto che lei sa chi ero io a vent’anni, sa il nome del primo ragazzo che mi ha rotto il cuore, sa che cosa intendo quando dico “quella sera”. Quando ci vediamo per davvero, anche solo un’ora in mezzo alla giornata, in dieci minuti torniamo a essere noi. Solo che dura un’ora, e poi io devo correre a prendere Leo. Ma quell’ora vale, e vale anche di più di tante cene di tre ore di qualche anno fa, perché è strappata al tempo invece di esserne il padrone.

Quello che nasce di nuovo è un rispetto diverso. Per lei, e per quelle come lei. Per le donne che hanno fatto un’altra scelta, o che non hanno fatto nessuna scelta esplicita: semplicemente la vita le ha portate altrove. Da fuori, da brava madre stanca, sarebbe facile pensare che la loro libertà sia una libertà a metà, una vacanza eterna. Da dentro la mia notte alle tre, con un bambino piccolo addosso, vi giuro che ho cominciato a vedere quella libertà in un altro modo. Ci vuole una specie di coraggio anche lì — restare sé stesse senza il salvagente di un ruolo che ti riconoscono tutti, scegliere una vita che gli altri non sanno bene come raccontare. Se state leggendo questo da quel lato del mare, da quel lato di Formentera, sappiate che il vostro modo di abitare il mondo io l’ho rispettato sempre, ma adesso lo rispetto in modo più pulito.

E nel frattempo Leo si è abbandonato del tutto, ha mosso le labbra come se stesse sognando, poi ha trovato il sonno per davvero. Lo appoggio nella culla con quella delicatezza che è diventata un mestiere, e torno al telefono.

Apro la chat con la mia amica a Formentera. Una frase soltanto: ti penso, mi manchi, divertiti per due. Premo invio prima di ripensarci. Sono le tre e venti di un giorno qualunque di giugno e a Formentera, in questo momento, mi immagino sia tre e venti per davvero — magari sta ballando, magari sta dormendo, magari leggerà domattina con un caffè in mano e penserà che le scrivo strana.

Ed è proprio questo che voglio dirvi: è il momento di scrivere a quell’amica oggi. A quella amica con cui parlavate ogni giorno e adesso parlate da tre mesi perché entrambe siete sopravvissute alla settimana, poi al mese, poi alla stagione. Quella che vi ha visto piangere a ventidue anni, quella che a vent’anni ha visto piangere voi. Mandatele una riga sola. L’ora va bene qualunque sia, e poco importa chi delle due ha più cose da raccontare, o che siate diventate due donne con due vite che parlano lingue diverse. La lingua si ritrova, se la base è solida si ritrova sempre. Basta una riga.

Io l’ho fatto stanotte, e adesso provo a dormire un’oretta prima che Leo si svegli di nuovo. Voi fatelo voi. Poi ditemi nei commenti come è andata.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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