Guardatele, se capitate su una spiaggia italiana in un pomeriggio di agosto. Sono facili da riconoscere: sono quelle con la borsa più grande, che contiene la crema da cinquanta, la crema doposole, il costume di ricambio, la maglietta anti-UV, il cappellino, l’asciugamano piccolo per la sabbia e quello grande per il lettino, la merenda, la bottiglia d’acqua, la salvietta umidificata, il gioco di plastica per la battigia. Sono quelle che controllano l’orologio per capire se sono passate due ore dall’ultima crema, quelle che si alzano ogni cinque minuti perché il bambino è entrato in acqua e nessun altro lo sta guardando, quelle che a metà giornata hanno già memorizzato il nome dei tre bambini con cui il figlio ha fatto amicizia sotto il bagnasciuga e stanno cercando con lo sguardo di identificarne i genitori. Sono le mamme in vacanza.
Ho letto per anni articoli che raccontavano la maternità come un lavoro senza ferie, e per anni li ho letti come metafore. Poi è arrivato Leo, ed è arrivata la prima estate vera con un figlio, e ho capito che quella frase non è una metafora: è la descrizione tecnica di una situazione. La vacanza cambia lo sfondo, non cambia il lavoro. Cambia la luce, il rumore delle onde al posto del traffico, il profumo di salsedine al posto del caffè. Ma il carico mentale che si porta dietro una madre non prende ferie, mai. Anzi, aumenta.
Aumenta perché in vacanza si aggiungono variabili nuove che a casa non ci sono. La crema solare, che a casa non serve. Il timore dei tuffi, delle onde alte, dell’acqua fonda: un timore ragionevole, perché i bambini in acqua sono più fragili di quanto sembri, e qualcuno deve tenere lo sguardo fisso su di loro. Gli amici estivi, quei piccoli sconosciuti che appaiono in spiaggia il secondo giorno e diventano compagni di gioco irrinunciabili senza che nessuno abbia mai avuto occasione di verificare da dove arrivino: chi sono i loro genitori, con chi si allontanano se si allontanano, quanto lontano possiamo lasciare correre due bambini di sei anni che si tuffano nelle onde tenendosi per mano. E poi, per chi ha figli più grandi dei miei, ci sono i famigerati compiti delle vacanze, che è la madre a ricordarsi che esistono, a organizzare gli orari in cui farli, a resistere alle proteste, a comprare i quaderni giusti prima della partenza.
Tutte queste attenzioni sono lavoro. Lavoro vero, che consuma tempo, energie, concentrazione. E il punto forte, quello che vorrei mettere a fuoco, è che tutto questo lavoro ricade sulla madre in vacanza non perché sia iscritto nella natura delle cose, ma per pura abitudine. Perché a casa lo fa lei — perché a casa lui lavora fuori più ore, o perché così si è deciso, o perché così si è imposto senza decidere — e allora anche in vacanza continua a farlo lei, per inerzia. Solo che in vacanza l’inerzia si vede nuda, senza il paravento del lavoro esterno. In vacanza il padre di quel bambino ha le stesse identiche ore libere della madre. Nessuno dei due va in ufficio. Nessuno dei due ha riunioni. Sono due adulti sulla stessa spiaggia, con lo stesso figlio, con lo stesso mare davanti.
E allora la domanda, che vi rilancio come una sorella la rilancia a un’altra sorella, è semplice: perché lei rimette la crema per la sesta volta e lui è disteso col telefono in mano? Perché lei si alza a controllare i tuffi e lui no? Perché lei conosce il nome degli amici estivi e lui li chiama tutti “il tuo amichetto”?
Voglio essere chiara, perché la sfumatura conta. Non sto parlando di padri che aiutano. La parola “aiutare” è una parola che va tolta dal vocabolario, quando si parla di figli propri. Aiutare vuol dire dare una mano a qualcuno che sta facendo un lavoro suo. I figli non sono un lavoro della madre. Sono un lavoro di due persone al cinquanta per cento, in teoria giuridica e in etica minima. Un padre non aiuta la madre a fare la madre. Un padre fa il padre. È tutta un’altra postura, un altro modo di stare sul lettino, un altro modo di guardare il proprio figlio in acqua.
So che alcune di voi leggeranno questo pezzo e diranno da me è diverso, e sono felice per voi: ci sono padri che in vacanza sono davvero presenti al cinquanta per cento, che partono con la lista delle cose in testa, che si alzano prima di essere chiamati. Ci sono anche mamme che vanno in vacanza da sole, senza un altro genitore accanto, e per loro tutto questo discorso ha un altro peso, ed è un peso ancora più grande da tenere, e le abbraccio. Il punto non è colpevolizzare nessuna e nessuno: il punto è nominare una cosa che spesso resta senza nome, e finché resta senza nome resta anche senza soluzione.
Diciamola, allora, in vacanza, sotto il sole di agosto, con la stessa naturalezza con cui ci prendiamo la borsa in spalla ogni mattina: metà di questo lavoro tocca a lui. Metà della crema, metà dei tuffi, metà degli amici estivi. Non come favore, non come cortesia, non come “oggi mi occupo io del bambino così tu ti riposi”. Come padre che fa il padre, punto. Questa estate è l’occasione per pretenderlo, e per pretenderlo senza sensi di colpa, senza spiegazioni lunghe. Le nostre figlie e i nostri figli guardano, imparano, capiscono chi si alza e chi resta disteso. Costruire la loro idea di famiglia comincia sulla spiaggia, anche adesso. E vale la pena.



