Vai al contenuto

Mamma per caso – Essere una mamma che lavora oggi – Claudia Neri

Leo ha da poco compiuto tredici mesi. Nella mia testa c’è la lista delle cose da fare per lui e, in parallelo, una seconda lista: quella del lavoro, delle scadenze, di quello che avevo lasciato in sospeso quando è nato. Non è una domanda romantica, è una questione di logistica. Chi lo prende quando io non ci sono? Chi lo tiene quando ha la febbre? Quanto costa il nido? A che ora chiude?

Da quando sono diventata madre, ho scoperto che queste domande hanno risposte già scritte da qualcun altro. E che le risposte, messe in fila, disegnano un sistema piuttosto preciso.

Il congedo di maternità obbligatorio in Italia dura cinque mesi: due prima del parto, tre dopo. Tradotto in vita reale: nella maggior parte dei casi, quando il bambino ha tre mesi, la madre è attesa in ufficio. Tre mesi. Un neonato che ancora non tiene la testa dritta da solo, una donna che, se ha avuto un cesareo o un allattamento complicato, sta ancora ricucendo sé stessa.

Il congedo parentale facoltativo esiste — fino a dieci mesi ripartibili fra i genitori — ma è retribuito così poco che, per la maggior parte delle famiglie con un mutuo o un affitto, non è una scelta reale: è un lusso.

E il padre? Il congedo di paternità obbligatorio in Italia è di dieci giorni lavorativi. Dieci giorni. Poi lui torna in ufficio come se nulla fosse, e la co-genitorialità — quella vera, quella dei primi mesi in cui tutto si impara insieme — è già finita prima ancora di cominciare. Non è cattiva volontà dei padri: ne conosco molti che vorrebbero fermarsi di più. È un sistema che dice, senza dirlo esplicitamente: il carico è tuo.

Poi c’è il nido.

Il nido, sulla carta, accoglie i bambini dai tre mesi in su. Sulla carta il ciclo funziona: finisce la maternità, comincia il nido. In pratica, la maggior parte delle strutture chiede bambini già svezzati, e lo svezzamento comincia intorno ai sei mesi. E soprattutto: i posti non ci sono.

In Italia siamo a circa 30 posti nido ogni 100 bambini sotto i tre anni. L’obiettivo europeo, fissato dal Consiglio di Barcellona nel 2002 e mai raggiunto, era il 33%. Ci abbiamo messo vent’anni per avvicinarci a un traguardo che è del 2002. E il dato nazionale nasconde il baratro territoriale: al Sud la copertura crolla intorno al 10%. Le liste d’attesa non sono un incidente, sono la norma.

Quando il posto arriva, arriva un’altra domanda: quanto costa?

Una retta di nido, fra pubblico e privato, va dai 300 ai 600 euro al mese. È facile fare due conti: per una famiglia normale, con un affitto o un mutuo, bollette, spesa, la macchina da mantenere, quella cifra ogni mese o non ci si arriva a fine mese, o ci si arriva a costo di rinunce continue. E “la famiglia” qui è un eufemismo: nella pratica quotidiana, quando il conto non torna, quella che riduce l’orario o lascia il lavoro è quasi sempre la madre.

Poi c’è l’orario. Molti nidi comunali chiudono fra le 16 e le 17, con una fascia standard, dove va bene, di 7:30-17:30. Provate a fare un full time in ufficio, un tragitto casa-lavoro-casa, e a passare dal nido entro le cinque. Con le riunioni che sforano, i mezzi che ritardano, il capo che vuole “solo dieci minuti”.

Non si può. E infatti, quasi nessuna lo fa.

In Italia il 36,7% delle madri occupate lavora part-time, contro il 6,2% degli uomini occupati. Tra le madri fra i 25 e i 34 anni, il part-time sale al 41%. Il tasso di occupazione delle madri fra i 25 e i 54 anni è il 62,3%, quello dei padri della stessa fascia il 91,5%. Non è che le donne “preferiscano” lavorare meno: è che il sistema è costruito perché sia l’unica opzione praticabile. E il part-time significa mezzo stipendio, mezza carriera, mezza pensione domani.

Vi racconto tutto questo senza rabbia, che sarebbe facile, e senza autocommiserazione, che sarebbe inutile. Se voi state leggendo questo da un’altra prospettiva — perché avete rinunciato del tutto al lavoro, perché siete rientrate a due mesi e vi siete sentite in colpa, perché avete messo vostro figlio al nido presto e qualcuno vi ha fatte sentire cattive, perché avete un compagno che ha scelto il congedo lungo e tutti vi hanno guardate storto — sappiate che nessuna di quelle scelte è sbagliata. Il problema non siete voi, e non è il vostro compagno.

Il problema è che essere una mamma che lavora oggi, in Italia, non è una scelta libera. È un percorso a ostacoli disegnato da altri, e gli ostacoli pesano sempre nello stesso posto: sulle nostre spalle. Non è una legge di natura, non è “così che funziona il mondo”: è una struttura politica, fatta di norme, orari, tariffe, che potrebbe essere diversa domani mattina.

Fintanto che il congedo di paternità dura dieci giorni e quello di maternità cinque mesi, fintanto che i nidi chiudono alle cinque e costano quanto costano, fintanto che il part-time è “femminile” al 36,7% e “maschile” al 6,2, il conto lo pagheremo noi. In tempo, in soldi, in pensione. In carriere che non decolleranno.

Non è colpa nostra. E non è normale.

Articoli correlati

Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

Naviga tra le categorie dei miei articoli