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Un evento inatteso – Racconto erotico – Claudia Neri

Ottobre ha portato con sè una pioggia sottile che non smette di scorrere da ieri e che si intona bene al mio umore un po’ cupo. L”ennesima discussione stupida al telefono, una settimana lavorativa pesante e il mal di testa che non va via mi hanno fatto venire voglia di una passeggiata senza meta e così ho deciso di fermarmi nel mio negozio di vinili preferito in centro. Sto lì col cappuccio umido ancora sulla testa a far scorrere i dischi con l’indice, senza cercare niente. Il posto è piccolo: tre pareti di legno scuro, la luce gialla che cade sui contenitori di plastica, un giradischi acceso in fondo che manda avanti un disco di free jazz che nessuno ascolta davvero. Il proprietario mi ha salutato con un cenno e non ha più aperto bocca, non c’è nessun altro oltre me con cui poteva parlare. Perfetto.

E mentre il mio respiro si calma e il cuore rallenta sento il campanello della porta trillare e so che qualcuno è entrato. La sento arrivare alle mie spalle. Un passo, un’esitazione, poi il fruscio di una manica umida che sfiora il mio braccio. Non mi giro subito, perché ancora non so che sei tu. Sento solo un profumo — caldo, fresco, un ricordo estivo — e la voce che dice «scusa» per invitarmi a scansarmi e infilare la mano nella stessa scatola di vinili, quella con la lettera “S” in cima.

Mi giro. E mi viene un tuffo al cuore, del tutto involontario ma che spezza il mio umore grigio.

Ti riconosco un secondo dopo averti vista, e in quel secondo mi torna in mente tutto insieme come un flash. La serata di qualche anno fa, la casa di qualcuno, il salotto con troppe luci accese e la musica troppo alta e tu, seduta sul bracciolo di un divano con un bicchiere in mano e la stessa piega delle labbra che hai adesso, mentre parlavi con qualcun altro e io ti guardavo di sbieco pensando a quanto fossi attraente e splendessi in mezzo a tutta quella gente. Allora ero fidanzato, una relazione complicata, piena di alti e bassi, e mi sentivo carico di sensi di colpa a desiderarti così tanto, seppure non sapevo niente di te, se non il suono della tua voce, il tuo nome, le tue labbra piene e quel sorriso che riempiva la stanza.

Ti ho pensata comunque, per tutta la sera, il collo, la scollatura, il modo in cui tenevi le gambe accavallate, una fantasia appiccicata addosso per giorni. Ricordo che ci scambiammo qualche parola ma che io fui schivo, riservato e alla fine non ti lasciai niente, o forse solo un ricordo che poi si è sbiadito.

E adesso il karma decide che ti devo trovare qui, alle quattro del pomeriggio, mentre grondiamo pioggia in mezzo agli anni Novanta. Bene. Molto bene.

Hai i capelli scuri più lunghi di come li ricordavo. Una ciocca gocciolante ti cade davanti alla faccia e io faccio fatica a trattenermi dallo scostarla con la mano per scoprirti il viso e baciarti lì su due piedi, senza nessun motivo per farlo. 

Mentre ci penso i nostri occhi si sono fissati gli uni negli altri per qualche secondo di troppo e io sento che qualcosa si è acceso, e non solo dentro di me.

«Ma tu sei…» dici, e ti fermi come per lasciarmi la responsabilità di completare la frase.

«Luca. Sono proprio io, sì. Ciao.» Finalmente sorrido, e tu ti avvicini per darmi un bacio sulla guancia. Un bacio affettuoso, sincero, che non mi lascia la sensazione della “circostanza” come con parecchia gente che incontro per caso. Un po’ dell’umido della tua ciocca di capelli si appiccica alla mia guancia e sento che arrossisco.

«Che ci fai qui?» dico.
«Cercavo un disco… ma non ho scelto la giornata giusta per venire a comprarlo» e accenni alla pioggia che sta scemando di fuori.
«Forse sì, invece.» dico, e sorrido di nuovo, questa volta un po’ provocatorio. Cogli l’allusione e sorridi anche tu, poi ti lecchi le labbra e trattieni quello inferiore tra i denti, giusto un secondo prima di distogliere lo sguardo e riportarlo alla scatola dei dischi.
«Tu che ci fai qui?» chiedi.
«Stavo passando in rassegna gli anni Novanta come uno che non ha alternative migliori.»
«E non le hai?»
«Forse, chi lo sa…»

Ti guardo mentre lo dico e vedo che l’incasso arriva, un mezzo sorriso che tenti di piegare in giù e non ci riesci. Non mi guardi però, per non darmela vinta.

«Non ti ricordavo così…» dici, senza guardarmi, mentre le tue dita lunghe cominciano a sfogliare.
«Così come?»
«Non lo so, schietto… ti ricordavo un po’ timido, no?»
«Be’, diciamo che oggi mi sento fortunato e questo mi rende particolarmente audace.»
«Ah.»
«Ah?»
«Niente. Ah.»
Estrai un vinile e lo tieni davanti a te, soddisfatta, e io leggo il titolo prima ancora che tu me lo dica.
«Goo» dico, indicando la copertina bianca. «Sonic Youth. Buona scelta.»
Ti giri con un mezzo sorriso. «Lo conosci?»
«Ci ho suonato sopra a diciannove anni.»
«In che senso ci hai suonato sopra?»
«Nel senso che facevo il batterista in una band che copiava malissimo i Sonic Youth. Ci provavamo. Kool Thing la sbagliavamo tutti a turno.»

Ridi di nuovo, e la risata ti apre il viso in un modo che mi obbliga a distogliere lo sguardo per un secondo.
«Suoni ancora?»
«Ancora sì. Qualche volta.»
Restiamo lì qualche minuto, in mezzo agli anni Novanta, e parliamo. Delle persone che avevamo in comune e che non sentiamo più. Di quelli che si sono sposati. Del tempo che è passato senza chiederci il permesso. Ci raccontiamo un po’ delle nostre vite e mi rendo conto che con te mi sembra naturale parlare, come con qualcuno che anche se non capisce perché non sa niente della mia vita non mi giudica e non se ne frega niente di darmi consigli. 
«Mi piace il modo in cui ascolti» dico, piano. E mi rendo conto che anche se non è una frase profonda è più intima di quello che pensassi. 
In tutta risposta sorridi e ti avvii alla cassa col tuo disco.

Il proprietario batte il vinile alla cassa. Fuori la pioggia si è fatta più fitta, si vede attraverso la vetrina come una tenda mossa. Usciamo insieme, tu con la busta di carta stretta al petto per proteggere il disco, io col cappuccio della felpa che non mi copre più niente. Non ci accordiamo, semplicemente ci ripariamo sotto la stessa tettoia e da lì, senza dircelo, decidiamo insieme di attraversare la strada e infilarci nel caffè di fronte.

Ci sediamo al tavolino d’angolo, quello vicino al vetro, e ordiniamo due cose calde che ci portano subito e che restiamo a guardare senza toccarle. Ti sei tolta l’impermeabile. Il maglione ti disegna le spalle. Ti passi due dita dietro l’orecchio per sistemare i capelli bagnati e io seguo il gesto come se fosse una frase intera.

«Stai sorridendo» dici, senza alzare gli occhi dalla tazza.

«Sto pensando.»

«A cosa?»

«A quella sera. A come eri seduta.»

Adesso mi guardi. «Cioè?»

«Cioè che io ti guardavo, e tu lo sapevi, e ti divertivi.»

«Non lo sapevo.»

«Lo sapevi eccome.»

«Non è vero.»

«È vero. Guardavi altrove apposta.»

Ti fermi con la tazza a mezz’aria. «Va bene. Forse un pochino lo sapevo.»

«Ecco.»

«Ma tu eri fidanzato.»

«Infatti non ho fatto niente.»

«Bravo.»

«Ci ho pensato per un po’.»

Alzi un sopracciglio. «Un po’?»

«Un po’ di tempo.»

«E poi?»

«E poi la vita.»

Sorridi, e questa volta non lo nascondi. Parliamo ancora. Ma parliamo meno, adesso. Ci sono silenzi dentro cui succedono cose. Ti allunghi in avanti a un certo punto per sistemare le bustine di zucchero sparse e la tua mano sfiora la mia e nessuno dei due la ritira. Resta lì, il tuo dorso contro il mio pollice, e io giro il polso pianissimo finché le nostre dita non si intrecciano, senza guardarci, come se ci mettessimo d’accordo con le mani prima ancora che con la testa.

«Ti va di venire da me?» dico. Non c’è niente di spavaldo nella mia voce, e nemmeno niente di timido. È solo l’unica cosa che mi sembra abbia senso dire, l’unica che abbia senso fare.

Mi guardi. «Sì.»

Camminiamo senza parlare, la pioggia che ci cade addosso con calma e noi che non ci proteggiamo più di tanto. Ti ho preso la mano appena fuori dal caffè e non l’ho più lasciata. Quando apro il portone e ti faccio passare davanti, ti sento passarmi vicino con tutto il corpo, un attrito lento che potrebbe essere accidentale ma non lo è.

In casa la luce è quella di ottobre alle sei di sera, gialla come una vecchia stampa. Chiudo la porta. Appoggio le chiavi. Mentre tu togli l’impermeabile e ti guardi intorno analizzando l’ambiente io vado al giradischi e metto su qualcosa, l’ultimo disco che già era dentro.
Sollevo il braccio. Poso la puntina.

Le prime note di un caro Bob Dylan riempiono la stanza, sporche e larghe. Un attimo dopo sei alle mie spalle.  Il calore prima, poi il tuo respiro fra le mie scapole, poi le tue mani che si posano leggere sui miei fianchi. Mi giro piano, e mi trovi con la bocca appoggiata alla tua prima ancora che io ti veda del tutto.

Mi baci con una fame trattenuta che mi arriva dentro come un sussurro pronunciato all’orecchio in piena notte. Ti afferro la vita e ti tiro contro di me, sento il tuo seno premermi sul petto, la tua lingua che cerca la mia senza chiedere permesso, e non c’è più niente della giornata storta, non c’è più niente di prima, c’è solo il tuo sapore, il legno umido del tuo profumo, la puntina che gira contro il solco.

«Sei troppo erotica tu» mormoro sulla tua bocca semi aperta.
Ridi contro le mie labbra. «Questa te la eri preparata?»
«La battuta no… ma questo sì. Era da troppo tempo che volevo farlo.» e ti bacio di nuovo, fino a sentirmi completamente avvolto da te, fino ad avvolgerti completamente.

Mi guardi negli occhi e lì c’è quella cosa che si è aperta al negozio e che adesso non si richiude più. Mi prendi per l’orlo della felpa e me la tiri sopra la testa. Sotto ho una t-shirt mezza bagnata anche lei che finisce per terra un secondo dopo. Poi alzi le braccia e io ti faccio scivolare via il maglione, la pelle chiara sotto il reggiseno scuro, un incavo di ombra fra i seni a cui non posso resistere, e allora mi chino e ti bacio lì, la clavicola, il bordo della stoffa, il seno ancora intrappolato.

Ti porto verso il divano senza staccarmi, cadiamo sopra insieme, tu che finisci sotto e io che ti sto sopra un secondo prima di sentire le tue mani sul mio petto. Slaccio quel reggiseno e lecco tutto, assaggio tutto, ogni centimetro di pelle dal collo alla pancia, anche se ridi perché ti faccio il solletico.
Slaccio i jeans e te li sfilo, gli slip scuri con un fiocchetto rosso mi fanno salire il sangue alla testa come un liceale. Resto un attimo a fissarli, indeciso se toglierli o tenerli lì tutto il tempo.

Li sfili tu e mi lasci un attimo a guardarti così, nuda, davanti a me, dopo tutto quel tempo e tanto desiderio, bagnata sopra e sotto, che stai solo aspettando che io entri dentro di te con una parte del mio corpo. 

Ti bacio, gemi, ti lecco piano e gemi ancora, mi guardi ansimante mentre ti torturo senza pietà.

Baciami, dici, e io risalgo dall’ombelico al collo e ritorno nella tua bocca, col tuo sapore sulle labbra.

Entro con due dita dentro di te e tu mi lasci fare, segui la mia mano col corpo, segui la mia bocca nella quale ansimi e io mi sento di impazzire.

Quando ti sollevi scopro una forza che non mi aspettavo, mi spingi e mi metti a sedere, mi sfili i pantaloni e tiri giù i boxer già troppo gonfi.

Mentre lo prendi in bocca penso che vorrei resistere altre due ore per non lasciarti mai finire, godere di te fino a domani mattina. 
Mi stringi e in un attimo sei sopra di me con le cosce che mi stringono i fianchi, i capelli scuri che ti cadono in avanti come una tenda, il seno nudo sembra fatto apposta per le mie mani che lo afferrano, il pollice che ti sfiora il capezzolo, e ti sento contrarti in un respiro.

Ti chini in avanti e mi metti la bocca sul collo, morsi piccoli, la lingua che segue la linea della mascella, e mentre lo fai il tuo bacino comincia a muoversi sopra il mio, lento, insistente, il caldo che passa attraverso i nostri corpi.

Ti sollevi un poco e poi ti cali sopra di me guardandomi negli occhi. Ti apri  con un gemito tenue e lento, e io sento il tuo caldo chiudersi attorno tutto insieme, e chiudo gli occhi un secondo perché è troppo, il tuo peso, il tuo interno, il tuo respiro che mi arriva sulle labbra.

«Guardami» dici. E io ti guardo.

Cominci a muoverti. Piano. Le mani appoggiate sul mio petto, i capelli che ti si aprono ai lati della faccia, il seno che oscilla al ritmo lento del tuo bacino. Ti guardo tutta, ti guardo mentre mi cavalchi, ti guardo mentre chiudi gli occhi e poi li riapri, mentre trattieni il fiato e poi lo lasci andare. Ti tengo per i fianchi. Ti aiuto a scendere più forte, poi più veloce. La puntina in fondo alla stanza ha cambiato brano, adesso è qualcosa di più lento, una chitarra che si ripete uguale, e il tuo ritmo si accorda al suo senza che tu ci pensi.

Mi porti una mano alla bocca e mi succhi il pollice. Poi te lo tiri fra le cosce, e cominci a toccarti mentre continui a muoverti. Ti guardo farlo e sento salirmi qualcosa alla base della schiena. Ma non voglio venire, non ancora, voglio te.

Acceleri. Il tuo respiro si spezza. Il seno ondeggia più forte. La tua mano si muove più rapida, io alzo il bacino incontro al tuo, ti spingo dentro più profondo, e ti vedo il momento esatto in cui non ce la fai più — la bocca che si apre senza suono, gli occhi che ti si chiudono, tutto il corpo che si irrigidisce sopra di me e poi si contrae in ondate lente, il tuo interno che stringe attorno a me a scatti, e tu che affondi la faccia nel mio collo e gemi lì, un gemito lungo che mi entra dentro.

Resti sopra di me a respirare per qualche secondo. Ti sento il cuore battere sul petto contro il mio. Poi alzi la testa e mi baci, un bacio umido, ancora sfatto.

«Voglio spogliarti, leccarti, baciarti dappertutto» ti dico sulla bocca. «Ma prima girati.»

Ti scivoli via da sopra di me, ti sposti lenta sul divano. Poi ti giri e ti pieghi in avanti, le mani sul bracciolo, i capelli scuri che ti cadono davanti scoprendoti la schiena. La linea che scende dalla nuca fino ai fianchi mi obbliga a fermarmi un secondo a guardarla, come si guarda una cosa che si è pensata mille volte e che adesso è lì.

Mi alzo. Ti accarezzo la schiena con il palmo aperto, lungo, dalla nuca al basso, e ti sento inarcarti sotto la mia mano. Ti sfioro le natiche, ti apro appena con le dita, e ti vedo, tutta lucida. Ti guido con una mano sul fianco. Ti spingo dentro pianissimo, un centimetro alla volta, e ti sento gemere prima ancora di essere entrato del tutto.

«Riempi tutto di me» sussurri, la voce eccitata e calma. 

Entro tutto. Ti riempio, e la tua schiena si inarca ancora di più. Ti prendo per i fianchi con le due mani, comincio a muovermi, prima piano, poi più forte, poi come mi hai chiesto tu. Il divano cigola. Le tue natiche mi sbattono contro il ventre a ogni spinta e il rumore si mescola alla chitarra che va e viene nel giradischi. Ti afferro i capelli, li avvolgo attorno al polso, e tiro appena e ti sento urlare piano.

Ti chini di più. Allarghi le cosce. Non mi fermo fino a che non mi sento invadere di calore, ti stringo forte i fianchi, spingo fino in fondo un’ultima volta e vengo dentro di te con un gemito lungo che mi svuota completamente.

Restiamo così qualche secondo, io appoggiato sulla tua schiena, il mio respiro contro la tua nuca. Poi ti raddrizzi piano, ti giri, mi prendi il viso fra le mani e mi baci. Un bacio lento, sfatto, uguale a nessun altro bacio della mia vita.

Il vinile in fondo alla stanza è finito. La puntina batte a vuoto contro l’etichetta, quel tac tac tac che nessuno dei due si alza a fermare. Fuori la pioggia continua uguale. Ti passo un braccio dietro le spalle e ci lasciamo scivolare insieme sul divano, la tua schiena contro il mio petto.

Dopo un po’ ti volti, mi guardi da sotto in su, hai il trucco sfatto e sei bellissima.

«Questa bocca me la porto a casa» dici, sfiorandomi le labbra con il pollice.

«E il resto?» chiedo.

Sorridi, e non rispondi subito. Fuori una macchina passa e le luci ci attraversano la stanza da un lato all’altro, come una promessa che non è ancora arrivata.

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Chi Sono

Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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