Il tavolino d’angolo, quello sotto la lampada dal paralume storto, è sempre libero il venerdì sera. È uno dei pochi rituali che riesco ancora a difendere: entro alle nove e mezza, ordino sempre lo stesso whisky con un solo cubetto di ghiaccio, e mi siedo lì per il primo set. Non parlo con nessuno. Non voglio parlare con nessuno. La ragazza al banco mi conosce ormai, mi porta il bicchiere senza chiedere, e in cambio io le lascio una mancia sproporzionata perché è la mancia della mia libertà.
Il locale è piccolo, incassato in un seminterrato: tre gradini in giù dal marciapiede e ti ritrovi in un altro decennio. Velluto bordeaux sulle sedute, legno scuro al bancone, luci ambrate che non arrivano mai fino in fondo alla sala. Sul soffitto basso corre una tubatura verniciata di nero, il palco è alto due palmi e ospita a stento un pianoforte verticale, un contrabbasso, uno sgabello per il sax. Le persone stanno vicine, appoggiate ai muri, sedute a tavolini che non basterebbero per un piatto. Si beve, si tace, si ascolta. Qui la musica non fa da sottofondo a nient’altro.
A casa mi aspetta un uomo buono. Ha fatto la doccia, si è messo la maglietta pulita, ha ordinato la cena dal thailandese sotto casa e mi ha scritto alle otto e un quarto: buona serata amore, torni tardi? Ho risposto: dopo mezzanotte. Il “dopo” era già una promessa a me stessa.
Il primo set comincia alle dieci. Prima entra il pianista, un uomo grosso vestito di scuro, che appoggia le mani sui tasti come si appoggiano su una pelle conosciuta. Poi arriva il contrabbassista, alto e magro, con le dita lunghe che sembrano appartenere a un altro corpo. Alla fine sale lui. Ed è per lui che vengo.
Non ho mai imparato il suo nome. Non l’ho voluto imparare. So che è più grande di me di forse quindici anni, che ha una barba scura tenuta corta, che i capelli neri gli si stanno macchiando di grigio alle tempie e che quando cammina lo fa con una stanchezza che non è pigrizia, è peso. Suona il sax tenore. Ha le mani grandi, dita lunghe che si muovono sui tasti dello strumento con la stessa naturalezza con cui si accarezza una donna già conosciuta. Porta sempre la camicia bianca con le maniche arrotolate sopra il gomito, e le vene degli avambracci gli emergono quando la nota si tende, quando il fiato si accanisce dentro il bocchino, quando piega il collo in avanti come per portare tutto il corpo dentro il suono.
È la sesta volta che vengo qui. La quarta che ci guardiamo.
La prima volta è stata a metà del secondo set, un venerdì di ottobre, quando mi ero girata per cercare il bagno e me lo sono trovato appoggiato al muro accanto al bancone che mi fissava con la calma di chi non ha nessuna intenzione di distogliere lo sguardo. La seconda a fine serata, mentre riponeva il sax nella custodia con lentezza sacerdotale, gli occhi fermi sul mio bicchiere vuoto. Le altre due volte sul palco, in mezzo a un pezzo, la bocca staccata dal bocchino per un secondo di respiro e gli occhi che mi trovavano subito, come se sapessero già dove.
Stasera è la quinta.
Attaccano con Naima. Chiudo gli occhi al primo assolo del piano, li riapro quando il sax entra, e lui è già lì che mi guarda da sopra lo strumento. Non abbassa gli occhi. Non li abbasso nemmeno io. Continua a suonare senza sbagliare una nota, e io sento il suono attraversarmi come una mano posata piatta sullo sterno. Il whisky mi resta in bocca, non riesco a mandarlo giù.
Il set è lungo, un’ora e mezza almeno. Il telefono in borsa vibra una seconda volta: non lo prendo. So cosa dice, so chi è, so quale versione di me mi aspetterebbe se rispondessi. Ma stasera quella versione l’ho lasciata sul pianerottolo, insieme all’ombrello bagnato.
Quando arriva l’ultima nota lunga, quella che tiene fino a strapparsi, lui mi sta guardando. Non sorride. Non fa cenno di niente. Stacca la bocca dal bocchino, appoggia il sax allo stand, ringrazia il pubblico con un piccolo inchino e scende dal palco. Il pianista dice qualcosa al microfono, promette che tornano dopo un quarto d’ora, la gente applaude. Lui dietro le quinte non ci va. Viene al bancone. Passa dietro il mio tavolo e per l’istante in cui mi passa dietro sento il calore del suo corpo sulla mia nuca. Poi ordina un bicchiere d’acqua, lo beve tutto in un sorso, si volta e mi guarda.
«Vieni sempre da sola.»
Non è una domanda. È una constatazione fatta a voce bassa, appoggiata sull’orecchio come una mano.
«Sì.»
Mi guarda il bicchiere, poi la bocca, poi di nuovo gli occhi. Ha una lentezza che non conosco, la lentezza di chi sa che il tempo, quando serve, lo puoi allargare tu.
«Vieni con me un attimo? Voglio farti vedere una cosa.»
Non chiedo cosa. Prendo la borsa, mi alzo. Le gambe mi tengono a stento. Passiamo dietro il bancone, attraverso una porta stretta con la scritta “privato” scrostata sopra la maniglia. Un corridoio corto, un altro battente. Il camerino è una stanza piccola, senza finestre, con uno specchio da trucco circondato di lampadine gialle, due poltrone di velluto sfondate, un attaccapanni con due giacche, il pavimento consumato con qualche granello di segatura vicino allo stand. Sullo stand, lucido come uno strumento vivo, il suo sassofono tenore.
Chiude la porta. Non la chiude a chiave.
«Non ti ho ancora chiesto il nome» dice.
«Non chiedermelo.»
Sorride, per la prima volta. Sorride con una piega asimmetrica della bocca che mi fa dimenticare per un secondo di respirare.
«D’accordo.»
Si avvicina. Non fa gesti larghi. Mi solleva il mento con l’indice piegato, come si solleva un viso che si vuole guardare da vicino, e mi guarda a lungo prima di baciarmi. Quando la sua bocca arriva sulla mia è calda di fiato, sa di menta e di quel legno amaro del bocchino che ho pensato per mesi a cosa sappia. Il bacio è lento all’inizio, quasi un assaggio, poi si apre. La sua mano libera mi trova la nuca, mi tiene ferma sotto di sé, e mi rendo conto di avere le dita chiuse a pugno sulla stoffa della sua camicia bianca, all’altezza del petto, come se avessi paura che scappasse.
Mi stacco per prendere fiato. Il cuore mi batte in un punto che non è il petto, è più in basso, e batte forte.
«Non c’è la chiave» dico, guardando la porta.
«Lo so.»
Non aggiunge altro. E il fatto che possa entrare chiunque, in qualunque momento — il pianista, il contrabbassista, la ragazza del bancone, un cliente che ha sbagliato porta — è la cosa che mi fa tremare le mani mentre gli sbottono i primi due bottoni della camicia. La peluria scura sotto la clavicola, la pelle calda, il battito che sento sul dorso delle dita. Lui non mi tocca ancora. Aspetta. Mi lascia fare, mi lascia arrivare io.
Poi mi prende per i fianchi, mi solleva con una forza che non mi aspettavo, e mi appoggia sul piano della toeletta, davanti allo specchio circondato dalle lampadine. Le sue mani mi fanno scivolare la gonna sulle cosce, verso l’alto, con calma, senza smettere di guardarmi. Sente il mio fiato spezzarsi quando arriva al bordo delle calze, quando le dita si infilano sotto l’elastico e trovano la pelle nuda. Rido, piano, un riso che non è divertimento, è qualcosa d’altro.
«Aspetta» dice.
Si inginocchia. Il pavimento sotto le sue ginocchia, il suo viso all’altezza del mio ventre, i suoi occhi scuri che alzano lo sguardo verso di me da lì. Mi apre le gambe con le mani grandi, mi sposta la stoffa delle mutandine con un dito, e la sua bocca mi trova senza esitare. Ha una precisione che mi disarma. La sua lingua conosce già, come le sue dita conoscevano i tasti del sax un quarto d’ora prima. Le mie mani si aggrappano ai bordi del piano, poi ai suoi capelli, poi di nuovo al piano, non so cosa stringere. Vedo nello specchio davanti a me la mia bocca aperta, il rossetto sbavato agli angoli, i capelli scomposti, e non riconosco quella donna eccitata e scarmigliata che ha sostituito quella che si è seduta a bere il whisky un’ora fa. Ma mi piace. Mi piace così tanto che non voglio più smettere di vederla.
Vengo veloce, la prima volta, con la mano tappata sulla bocca perché non ho tempo di misurare quanto forte, e mi tendo tutta contro la sua bocca, le cosce che gli stringono la testa, i tacchi che gli premono sulla schiena. Lui aspetta. Aspetta che passi la scossa. Poi si alza lentamente, si toglie la camicia bianca, e per la prima volta lo vedo per intero: il torace largo, la pelle olivastra, la linea scura di peli che scende verso i pantaloni.
«Girati» dice piano.
Mi giro. Le mani sul piano dello specchio, la faccia a un palmo dal riflesso, i suoi occhi dietro i miei nel vetro. Lo sento slacciarsi la cintura, lo sento avvicinarsi, sento il suo bacino contro il mio, e quando entra dentro di me lo fa con una lentezza calcolata che è la stessa lentezza con cui teneva la nota lunga di prima. La mia bocca si apre, un gemito lungo mi esce senza che riesca a fermarlo, e lui mi copre la mano sulla bocca con la sua mano, larga e calda, mentre inizia a muoversi.
Nel vetro dello specchio vedo lui che mi guarda mentre spinge, vedo il suo petto muoversi, vedo la mia schiena inarcarsi, vedo i miei seni scoperti muoversi al ritmo del suo bacino contro il mio. Vedo tutto e sento tutto contemporaneamente. La musica del secondo set è ripresa nel locale, arriva soffocata dalla parete, e il basso profondo del contrabbasso vibra nel pavimento sotto i miei piedi, mi entra nelle gambe come un secondo ritmo che si sovrappone al suo.
Va avanti così a lungo. Non ho idea di quanto. Le sue mani mi tengono per i fianchi, mi tirano dentro a lui, mi rallentano quando corro, mi accelerano quando cerco di fermarmi. La sua bocca sulla mia spalla, sui capelli, sul collo. Il mio secondo orgasmo lo sento arrivare da lontano, dal basso, un’onda calda che mi sale dallo stomaco e mi si spande nelle cosce, e quando arriva mi svuoto tutta contro di lui, la fronte appoggiata al vetro dello specchio che si è appannato del mio respiro.
Lui viene subito dopo, la fronte contro la mia nuca, un ringhio basso soffocato tra i miei capelli. Restiamo così, incastrati, mentre il mio cuore rallenta e il contrabbasso continua a battere sotto il pavimento come un altro cuore, più grande.
Non parliamo per un po’. Mi riabbottono la camicetta con dita che non mi obbediscono bene. Lui si sistema i pantaloni, si rimette la camicia bianca, si arrotola di nuovo le maniche sopra il gomito con quello stesso gesto lento che gli ho visto fare sul palco decine di volte. Prende il sax dallo stand, ci soffia dentro un’aria vuota per liberare l’ancia, e lo guarda come si guarda un vecchio complice.
«Devi tornare in scena» dico.
«Fra due minuti.»
Mi guarda nello specchio, dietro le mie spalle. Mi sistema una ciocca di capelli dietro l’orecchio.
«Il venerdì prossimo» dice, senza fare l’inflessione della domanda.
Non rispondo. Prendo la borsa, esco dal camerino senza voltarmi, attraverso il corridoio, esco dietro il bancone. Nella sala il pianista sta accennando le prime note di un pezzo che non riconosco. Salgo i tre gradini che dal seminterrato portano al marciapiede e la notte fredda mi prende in faccia come uno schiaffo caldo.
A casa lui dormirà già. Si sveglierà a metà, mi dirà buonanotte amore, mi bacerà una spalla, mi chiederà se è stato bello. Io dirò di sì. E mi coricherò dandogli le spalle, con addosso ancora l’odore del legno e del sassofono, e il basso del contrabbasso che mi vibra ancora dentro le gambe come una nota lunga che non ha ancora finito di spegnersi.






