INVIDIA

Invidia

Foto di Marzia Bertelli

Si fidava solo del suo cuore spezzato.
Era sempre stata una di quelle persone deboli, un rifiuto della società troppo vigliacca per occuparsi di un difetto tanto pesante quanto insignificante.
Ogni microscopica parte del suo corpo era, agli occhi del mondo, quanto ai suoi, un rifiuto di insicurezza e paura sintetizzabile nello stereotipo della più insulsa delle menti.

Ciò che non l’aveva uccisa, avrebbe dovuto rafforzarla, questo non era accaduto. Era nata con uno spirito forte, che poi si era ridotto a poco più che macerie, un urlo lacerante che avrebbe fatto rabbrividire il mondo intero sbiaditosi in poco più che un bisbiglio.

Non aveva nulla di invidiabile, nemmeno dallo più squilibrato dei folli.

A volte l’unico motivo per cui il dolore non ci uccide, spesso pensava, è che si diverte a crogiolarsi nel nostro corpo, a parlare, perfino, dalle nostre labbra.
La sua passione era scomparsa giorno dopo giorno fino a farla dimenticare persino che fosse esistita, che avesse posseduto qualcosa oltre un mediocre senso di inerzia sopravvivenza.

Tanto odiosa mi è che è necessario che io ne parli. Il lettore voglia perdonarmi queste pagine.

In questo momento, Isabella era stesa sul comodo letto a baldacchino di camera sua. Il giorno in cui nasce il nostro racconto è un venerdì d’aprile. La madre della ragazza, sola in casa dopo il divorzio due anni prima, stava aspettando la figlia per accompagnarla a scuola.

Questa scese le scale e si fermò nell’ingresso. Indossava un paio di jeans larghi e chiari, scarpe da ginnastica scure, di un blu quasi nero e un maglia bianca con incisa una stampa di un fumetto.
Era piuttosto magra e il suo viso era scarno. I capelli biondo scuro le arrivavano alle spalle e l’essere mossi aiutava ad incorniciare quel viso troppo tetro. Il naso era piccolo mentre le labbra molto carnose, le ciglia lunghe e gli occhi castano chiaro, senza un filo di trucco.

Madre e figlia entrarono nell’auto sul vialetto e percorsero le strade di ogni mattino.
In fondo alla strada dissestata, all’angolo, compariva una casa diroccata, con tante erbacce da sembrare abbandonata. Nessuno aveva mai visto il proprietario uscire dall’abitazione eppure tutto il quartiere del Solecadente sapeva che qualcuno lì dentro, c’era. I motivi di tale certezza erano due: il primo era che il vialetto che conduceva al portico cadente era sempre spianato e pulito, non perché qualcuno lo percorresse uscendo bensì per permettere al garzone del supermercato e al farmacista, qualche volta, di arrivare all’ingresso, lasciar passare le buste attraverso l’apertura della porta destinata agli animali e ritirare i soldi che strisciavano dal pavimento interno fino allo zerbino. Come il proprietario, o la proprietaria, avesse comunicato ai negozianti i prodotti fissi che richiedeva, era noto a tutti.

Era avvenuto tutto attraverso il giardiniere del quartiere, Fonz, che, quando qualche curioso (ovvero tutti) gli chiedeva com’era andata e che aspetto avesse il misterioso inquilino, inventava ogni volta una storia diversa, divertendosi da morire, tante volte l’aveva fatto che ormai gli abitanti avevano rinunciato a conoscere la verità.

L’altro motivo per cui tutti sapevano dell’inquilino nella casa all’angolo era che, ogni giorno, dall’alba al tramonto, dall’abitazione provenivano sinfonie, musiche e canzoni. Dalle otto del mattino, per otto ore, il quartiere godeva di un sottofondo musicale che, tuttavia, poteva diventare quasi impercettibile chiudendo porte e finestre.
Quasi tutti apprezzavano questa cosa, e chi era escluso, vi era ormai abituato.
Il venerdì di cui parlavamo, alle ore 8 in punto, aveva visto sorgere le note delle stagioni di Vivaldi, cominciando dalla primavera.
Isabella, dolorante com’era, restava del tutto indifferente a questa musica.

Si potrebbe pensare che, data l’esperienza truce di male e torture a cui era stato sottoposto il suo cervello, ella avesse in sé uno spirito di superbia, come spesso accade, e si ritenesse in qualche modo speciale, degna di attenzione e di trattare gli altri come meglio credeva.
Isabella era tutt’altro che superba, sveglia o combattiva, era un completo nulla, mediocre e silenziosa, la sua scala di emozioni variava da un minimo appena uno sputo lontano dal massimo.Quell’esatta mattina il suo cuore, con la freddezza appena percettibile, provava emozioni altrettanto impercettibili: inquietudine ed eccitazione.

L’edificio scolastico era costituito da un vecchio casermone ante ceduto da un viale di ciottoli e erba secca che dovevano essere aiuole. Nel liceo linguistico ‘Italo Calvino’ c’erano duecentotrentotto studenti, venti docenti, quattro bidelli e un preside calvo.
La struttura prevedeva la palestra, la biblioteca, la sala professori e l’aula ricevimento al piano terra, dieci classi e due bagni al primo piano, idem al secondo; in più dall’uscita d’emergenza sul retro si ogni piano di accedeva ad un viale umido e muschioso che conduceva ad un’altra piccola aula accanto alla scuola, con nessun muro in comune con essa ma con una ringhiera che impediva l’accesso al ‘cortile’ e permetteva quindi di entrare nella stanzetta adibita ad attrezzi e macchinari soltanto attraverso le porte sullo stretto vialetto muschiato.

Le nuvole grigiastre occupavano tutto il cielo quando Isabella scese dall’auto e, superato lo strettissimo marciapiede nel viale secondario dov’era la scuola, entrò nel cortile. Molti studenti erano arrivati, passate le otto da cinque minuti ma nessuno salutò la nuova arrivata che lentamente si avviò all’entrata.

Pensava che in quel momento se qualcuno le avesse chiesto come stava, lei avrebbe risposto ‘bene’ e poi si sarebbe allontanata, tuttavia non avrebbe mai potuto saperlo con certezza se ciò non fosse accaduto.

Era fissa su questo pensiero, un accenno di curiosità nella sua pacata mente, quando inciampò nello scalino d’accesso. Pochi centimetri , annaspò in avanti con due passi volò via la borsa dal braccio, poggiò le mani sul pavimento e si fermò con le gambe piegate e le ginocchia rasoterra.

Qualcuno rise, qualcun altro le afferrò piano i gomiti e l’aiutò a raddrizzarsi.
– Tieni. – il ragazzo dinanzi a lei era alto, di un biondo poco più scuro del suo, un accenno di barba e gli occhi le parvero verdi.
Indossava una felpa grigia chiusa che lasciava intravedere una maglia nera, un jeans scuro e le scarpe non le guardò. Non conosceva il suo nome, afferrò la borsa.

Continua a leggere il resto della storia qui.

Claudia Neri

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