SUPERBIA

Superbia

Foto di Marzia Bertelli

Nessun cane abbaiava mentre l’uomo passava.
Sto per morire, mi vedi morire? Io non muoio.
Mi sento perso, mi senti?
No, non mi senti.
Quando pensi che la tua vita sia finita arriva sempre qualcosa di peggiore a darti il colpo di grazia.
Perché sto qui a scrivere, compagno?
Perché non mi rintano nelle sfere oscure del mio cervello malato e lo lascio consumarsi da solo?
Non riesco ad essere solo.
Nemmeno ora che sono malato riesco a staccarmi dagli esseri umani.
Invece per loro è stato semplicissimo lasciarmi andare, dimenticarmi.
Non sono la prima scelta di nessuno, il primo pensiero di nessuno.
Forse così posso avere la mia vendetta, no.
Il mio riscatto.
Su cosa? Non lo so.
Un uomo nero viene a portarmi la colazione.
Mi trattano da re.
Ma nessun denaro potrà cancellare.
La pena nei loro occhi quando li vedo nei miei.
Il fuoco ha bruciato tutto.
Ma Dio mi ha lasciato la forza di provare dolore.
Lo ringrazio.
Lo odio.
Solo per un momento.
Provo vergogna.
Vorrei morire.
Oppure che morissero tutti.
Quelli che provano pena per me.
Sono ancora vivo, un poco.
Mi resta ancora qualcosa per cui combattere.
Davvero?
Questo non lo so.
Chiudo gli occhi.
So che il sono mi assale se li lascio così per più di dieci secondi.
Infatti muoio.
Questa è la superbia, signori miei.
Questo è il più atroce dei sette peccati.
Più atroce perché è capitato a me.

Un pavone, uno specchio e il pipistrello.
Perché sto scrivendo?

Io non ho mai nemmeno letto un libro.
Forse sì, da bambino.
Ma io ho cominciato a vivere da grande.
Quella parte della mia esistenza non esiste.
Devo uscire fuori di qui.
Evadere.
Lontano.
Scappare.
Nessun uccello può imparare a usare le ali in gabbia.

Per quanto queste possano essere grandi e meravigliose.
Nessun pavone può mostrare le sue piume.
Se il suo corpo è in prigione.
Gabbie.
Io ho solo cercato di scappare.
Come un grande pesce.
Che scappa nell’oceano dal piccolo fiume.
Come la vendetta.

Che corre via e ti cerca in tutti gli angoli.
Come il dolore che fa nascere la poesia.
Come un dolore che fa nascere qualunque cosa.
Io sono nato nel dolore di mia madre.
Tu anche.
il nostro universo è nato da un’esplosione. Una cosa che scoppia, una cosa che esplode per natura lei ci insegna fa male per forza.

I peggiori mali avvengono di notte, la notte è la fine del giorno, l’assenza del Sole. Ogni fine, ogni assenza deve fare male per forza.
Conoscevo una donna che amava di notte.
Lei era la notte stessa nei miei sogni. Tra tutte quelle che ho toccato, lei riuscivo a stento a guardarla.
Capii che era amore. Come poteva essere altro?
Come potevo mai pensare altro?
Non le ho mai parlato.
Ora me ne pento, ora vorrei poterle assaggiare le labbra.

Probabilmente non ne avrei il coraggio.
Lei è una luce che sboccia. Non poteva che crescere di intensità Ad ogni contatto con me.
Non ne ha avuto nemmeno uno.
Io ho scelto che nella mia mente
Restasse una fioca luce piuttosto che un vulcano ardente.
Ho lasciato me stesso all’agonia del pensiero di lei.
Sapendo di non poterla possedere.
Era un’agonia dolce.

Continua a leggere il resto della storia qui.

Claudia Neri

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