IRA

Ira

Foto di Marzia Bertelli

Caro diario,
Custodisco i segreti di molti esseri umani, profondi, intimi, corrotti e stupefatti eppure mi appaiono molto più leggeri delle mie più stupide confessioni. Questo diario propone me stessa nel paradosso di come vengo vista dal mondo e come appaio realmente.
La ‘realtà’ concorre alla superficiale credenza dell’essere umano che la scienza sia più credibile della filosofia o di un pensiero metafisico. Io credo che al pari della possibilità di mettere in dubbio Dio, ci sia anche quella di mettere in dubbio Keplero o Newton, ma nessuno lo fa. È giusto così, non perché è semplice accettare verità finite cosiddette sperimentate quindi logiche e razionali ma perché questi scienziati, o chi per essi, senza rendersene conto, prima di spiegare com’è la Terra, il Sole e come si muovono, ci hanno trasmesso certezze, le nostre verità assolute.
Tutto ciò ha fatto sì che avessimo un equilibrio su cui agire, relazionarci, mangiare e respirare.

Sono nata il 19 novembre 1990, quando mia madre e mio padre decisero, a 38 anni a testa, che avevano bisogno di qualche pensiero in più che il lavoro, i loro familiari e la chiesa. Sono cresciuta in una casa protestante, fortemente religiosa; il quartiere in cui è situata è tra i più ricchi della città, tanto che a volte fa vergogna a dirlo. La villa, senza dilungarmi, occupa 300 metri quadrati e mio padre l’ha progettata lui stesso, è un architetto e questo è il capolavoro della sua vita. Ha due piani, è bianca, col portico, il vialetto, i fiori, le siepi e la piscina, niente di meglio per rendere felice qualsiasi ragazzo.

Mi domando perché, quando la tristezza o il dolore ti stanno squarciando il petto, la tua pelle rimane sempre pallida, dello stesso colore, non c’è vena che minacci di scoppiare, non c’è niente che mostri ai sensi il dolore, questa strana cosa, che loro percepiscono.

Ho ricevuto un’educazione primaria e superiore religiosa, insieme a mio fratello gemello; la nostra scuola ha le divise eleganti, il coro, e persino un corso pomeridiano di clarinetto. Mi è sempre parso buffo che tra tanti strumenti avessero scelto proprio il clarinetto. Lo trovo uno strumento orribile.
Le giornate della mia quotidianità scorrono leggere e monotone; esco da scuola due giorni alle quattro, poiché seguo il corso annesso di pianoforte e canto corale, nel complesso durano due ore. Mio fratello finisce per le tre l’allenamento di basket, lo frequenta nei giorni in cui io non frequento quelli di musica, ci aspettiamo a vicenda.

Quando torniamo a casa, troviamo nostra madre che ci aspetta riscaldando il pranzo e nostro padre sul divano che guarda la tv sonnecchiando, parlano poco.
Ciò che i nostri giorni hanno di speciale, sono le notti.

Continua a leggere il resto della storia qui.

Claudia Neri

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