Paradiso e inferno – quando il gelo brucia

La mia recensione a Jón Kalman Stefánsson

Devo ammettere che tra le mani di un lettore italiano, o almeno tra le mie, capitano raramente libri di letteratura nordica. Diciamo pure che spesso la Gran Bretagna è il massimo nord degli autori dei libri che leggo, se escludiamo gli Stati Uniti e i classici della letteratura russa.

L’Islanda è un’isola di cui si sanno poche cose, non avrei saputo nominare un solo scrittore o poeta (mea culpa, lo ammetto) proveniente da questa terra che oggi mi affascina tanto da programmare lì il mio prossimo viaggio.

Partiamo dal contorno e dalla sfera sensoriale di questo libro: già dalla carta, dal formato della copertina e dall’odore delle pagine (sì, quello bello che piace a tutti i lettori) si capisce che ci stiamo per immergere in qualcosa di diverso. La casa editrice che lo ha pubblicato in Italia, Iperborea, è specializzata nella pubblicazione di testi provenienti dall’Europa nord-orientale e io sono contenta di aver fatto la sua conoscenza proprio con Paradiso e inferno, nella traduzione di Silvia Cosimini.

Passiamo l’esistenza alla ricerca di una soluzione, di qualcosa che ci consoli, che ci dia felicità e scacci tutti i mali. Alcuni intraprendono una strada lunga e ardua, e magari non trovano niente, a parte l’abbozzo di uno scopo, di una liberazione o una forma di appagamento della ricerca stessa, quanto a noi, ammiriamo la loro perseveranza, ma ci è già abbastanza difficile accontentarci di esistere e prendiamo l’elisir invece di cercare e continuiamo a chiederci qual è la via più breve per la felicità, e troviamo la risposta in Dio, nella scienza, nella grappa, nell’elisir che viene dalla Cina.

Parlando del romanzo, la prima parola che mi viene in mente è calma. La storia si prende il suo tempo per scorrere, il personaggio per pensare, le cose per accadere. Non c’è nessun interesse ad enfatizzare gli eventi con parole superflue e il narratore sembra quasi interessato. La mia impressione è stata che lo scrittore fosse in alto, da qualche parte più su della sua stessa storia, raccontata con la semplicità di un fatto realmente accaduto e l’eleganza di un poema epico.

L’ambientazione è incerta ma probabilmente il tempo è precedente al 1900, mentre il luogo è un villaggio di pescatori islandese molto povero, dove le cose non hanno ancora assunto quella materialità che le rende sostituibili, così effimere e vuote. Gli oggetti sono pieni di significato e sono circondati da una storia, da un’idea. Ad esempio, nella prima parte del romanzo, il migliore amico del protagonista perde la vita in barca, ucciso dal freddo, perché ha dimenticato a casa la sua cerata, distratto dalle parole del Paradiso perduto di John Milton.

Il racconto non è un io, ma si parla con il noi, ovvero tutti gli abitanti del villaggio, che rappresentano un tempo e una vita, più passati che futuri. Il nome del protagonista è assente e lui è soltanto il ragazzo, incastrato come tutti in una quasi tragica inconsapevolezza del futuro.

Gli ambienti sono meravigliosi e sono specchio dei sentimenti di calma e angoscia dell’animo umano: il mare freddo in tempesta, pianure sconfinate di neve, montagne, notti stellate con lune indimenticabili. Mi è parso di vederli tutti descritti da Stefánsson, più con le sensazioni che con gli occhi dell’immaginazione.

B. usciva sempre alle otto a guardare la luna, quando anche lei usciva a guardarla, c’erano i monti e la distanza tra loro, ma i loro occhi si incontravano sulla luna, come fanno dall’inizio dei tempi gli occhi degli amanti, è per questo che la luna è stata messa in cielo.

Contrapposto al freddo della prima parte del libro, ma sempre purissimo, è l’ambiente dominante nella seconda parte del libro: una locanda calda e piena di cibarie e, naturalmente, due figure femminili, quasi due fate (o due streghe) che si prendono cura del protagonista allontanandolo, anima e corpo, dal pensiero della morte.

Gli occhi sfuggono a ogni controllo. Dobbiamo pensare a dove e quando li posiamo. L’intera nostra vita scorre attraverso gli occhi, e per questo possono essere fucili quanto note musicali, un canto di uccelli o un grido di guerra. Hanno il potere di svelarci, di salvarti, di perderti. Ho visto i tuoi occhi e la mia vita è cambiata.

Bellissimo, indimenticabile, superiore.

Claudia Neri

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