L’arminuta – d. di pietrantonio -Analisi e recensione

Donatella-Di-Pietrantonio (2)

Perché non mi piace questo romanzo

L’arminuta è un romanzo di Donatella di Petrantonio pubblicato in Italia da Einaudi. Nel 2017 il libro ha vinto il Premio Alassio Centolibri – Un autore per l’Europa, il Premio Napoli e il Premio Campiello.

Comincio subito a dire le cose antipatiche: non mi piace quasi niente di questo libro e non riesco a spiegarmi perché piaccia così tanto.

È leggero, la lettura è scorrevole e alcune metafore sono ben strutturate. La scrittrice aveva in mente una bella storia e ho apprezzato la descrizione di alcune sensazioni della protagonista.

Per chi non lo sapesse, arminuta in abruzzese vuol dire “la ritornata”. La storia è quella di una ragazzina tredicenne che viene data in adozione da piccola dalla sua famiglia povera per poi essere restituita a tredici anni a sua madre naturale per ragioni inizialmente sconosciute.

Il libro racconta le esperienze traumatiche del cambiamento da una vita agiata in città a una povera e sporca in provincia. Racconta le mancanze e le privazioni per poi affrontare vari temi adolescenziali: il primo amore, il legame d’amicizia con la sorellina Adriana, la lite coi fratelli, la ricerca di se stessa.

I punti deboli

Come ho già detto nell’Arminuta ci sono diversi (e gravi) punti deboli secondo me.

  1. La rassegnazione: è vero che l’arminuta ha solo tredici anni quando sua madre adottiva l’abbandona a casa di sua madre naturale, però io sfido qualsiasi bambina normale a rassegnarsi così facilmente a tuo padre che ti lascia fuori a una porta. Non c’è lotta, non ci sono grida, non ci sono pianti isterici. Questa calma rassegnazione mi ha fatto incazzare mentre leggevo, proprio incazzare sul serio. I tuoi genitori ti abbandonano senza motivo, entri in una casa sconosciuta dove tua sorella fa pipì ogni notte nel letto che condividete. In più lasci la scuola, la danza, le amiche e nessuno si ricorda di te.
    Tua madre (che ti ha cresciuto per tredici anni) non ti risponde al telefono però tu continui la tua vita così, come se fosse un’avventura fantastica un po’ macabra. Eh no, mi fa proprio incazzare.
  • La morte del fratello: l’arminuta si innamora di suo fratello scapestrato. Lui spesso scappa con gli zingari per intere nottate, nessuno sa che fa, quando torna il padre lo ammazza di botte, la madre fa finta di niente e tutto ricomincia da capo. Dopo qualche scambio di sguardi e poche parole, succede un fatto. Durante una delle sue fughe, il motorino inseguito sbanda e il fratello si taglia la gola cadendo sul filo spinato di un recinto. Questo evento per me avrebbe dovuto segnare la svolta, e invece la narrazione si appiattisce di nuovo. Non solo non sono riuscita a provare empatia per il dolore che i personaggi avrebbero dovuto trasmettermi, ma nel libro non c’è nemmeno un po’ dell’eco di questa perdita. Tutto prosegue monotono.
  • La narrazione: questo libro non mi ha lasciato niente. La trama aveva un grande potenziale ma non c’è un climax, non si arriva a un dunque, non si affonda mai veramente nei personaggi, nei loro pensieri e sentimenti. Se fosse un effetto voluto, la trama dovrebbe essere più forte per reggere la decisione. Scritto così, il romanzo sembra spezzato, incompleto, a metà, sia sull’asse orizzontale della storia, sia sull’asse verticale delle personalità dei protagonisti.
L’autrice Donatella di Pietrantonio

La mia conclusione

Mi dispiace sempre dirlo di un libro, ma l’Arminuta non mi ha lasciato niente né come storia né come personaggi né come ambientazione.
Mi ha fatto solo innervosire la sua pochezza perché le mie aspettative erano molto alte. Leggerò un altro romanzo dell’autrice Donatella di Pietrantonio per capire se è stato solo la prima scelta ad essere sbagliata.

Claudia Neri

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