La luna e i falò ~ Cesare Pavese ~ Recensione di Claudia Neri

La luna e i falò – cesare pavese – analisi e recensione

cesare pavese

La luna e i falò è uno dei romanzi più famosi di Cesare Pavese. È stato scritto nel 1949 e pubblicato nel 1950, ultimo romanzo della sua vita. Questo libro è dedicato all’ultima donna della vita di Pavese, l’attrice Constance Dowling. Sfortunato in amore e d’inclinazione depressiva, Pavese si è tolto la vita a soli 42 anni, lasciandoci però in eterno la meraviglia di opere e versi immortali.

Le sue ultime parole sono state ritrovate sul tavolino, nel libro e nel diario, nella stanza d’albergo dove lo hanno trovato morto.

L’autore Cesare Pavese

 Cesare Pavese aveva scritto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi»

 «L’uomo mortale, Leucò, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia» e ancora «Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti», e «Ho cercato me stesso».

La storia

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via

La storia de La luna e i falò ci viene narrata in prima persona dal protagonista, di cui non conosciamo il nome ma solo il soprannome: Anguilla. È ambientato a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese piemontese, dove lo scrittore è realmente cresciuto. È qui che il protagonista ritorna dopo un lungo soggiorno in America che lo ha tenuto lontano dalle infamie della guerra.

Il romanzo è un misto tra passato e presente, gli eventi si intrecciano alle riflessioni e ai ricordi del protagonista.

Anguilla è stato abbandonato appena neonato, adottato e cresciuto da due persone che non lo hanno amato proprio come un figlio. Quando la madre muore e il padre vende la casa dove vivevano, lui si trasferisce dal Moro, comincia a lavorare, comincia la sua vita. Nel casale non vive male, anzi nel complesso non passa dei brutti momenti e infanzia e adolescenza trascorrono serene. Ci vive insieme a sor Matteo e alle tre figlie: Irene, Silvia, Santa (la più piccola). Pur essendosi affezionato a loro e avendo creato una sorta di nuova famiglia, Anguilla non si lascia trattenere e alla fine, ancora ragazzino, parte per l’America.

La luna e i falò: tornare a casa

Un paese vuol dire non essere mai soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo che anche quando non ci sei resta ad aspettarti

Il senso di disappartenenza di Anguilla è chiaro fin dall’inizio. Orfano, abbandonato, quasi sempre solo, non ha avuto modo di crearsi quegli affetti e persino quegli amori come i suoi coetanei. O almeno questo è quello che pensa quando parte per gli Stati Uniti. Una volta tornato, a poco a poco, si renderà conto che l’affetto e l’amore per quelle figure del suo passato non lo ha mai abbandonato. Anzi, è forse quello che lo ha spinto a ritornare quando ormai non ce n’era più bisogno.

Una vista di Santo Stefano Belbo

Anguilla torna perché sente nostalgia dei vigneti, degli alberi di fichi e delle valli, che non ha trovato in nessun altro luogo. Appena giunge alla valle del Salto si accorge che nulla è cambiato: ci sono gli stessi suoni, gli stessi odori e gli stessi sapori che si è sempre portato dentro. Ritrova la stessa vita di un tempo, come se il tempo si fosse fermato a prima della guerra. Ma c’è qualcosa di diverso. Molte persone non ci sono più. Molta morte ha toccato le strade della sua infanzia. Ritrova infatti solo Nuto, il suo più caro amico e modello. È con lui che parla, passeggia, scopre, ripercorre gli eventi del passato. Ed è proprio Nuto a raccontargli la fine della stori di Santa, la più piccola delle sorelle del casale. Bellissima, intelligente, irrequieta. Santa durante la guerra diventa una spia dei tedeschi, poi passa dai partigiani e ancora dai repubblichini. Prima che possa difendersi e cercare di spiegarsi, viene fucilata dai partigiani ancora giovanissima.

L’autore Cesare Pavese

Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Ci pensò Baracca. Fece tagliare tanto sarmento nella vigna e la coprimmo fin che bastò. Poi ci versammo la benzina e demmo fuoco. A mezzogiorno era tutta cenere. L’altr’anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò.

La struttura de La luna e i falò

La storia ci viene raccontata da una voce narrante che parla di sé. Il protagonista, nel momento del ritorno nel suo paese d’origine, ha circa quarant’anni. Le varie scene non sono precise e dettagliate. Lo scrittore ci vola sopra come se volesse solo sfiorarle e lasciare al lettore tutto da immaginare. Molte volte facciamo fatica a collegare gli eventi tra loro, a trovare congiunzioni. Tutto sembra un flusso di coscienza spontaneo di Anguilla, una riflessione con un tono ombroso e opaco, anch’esso vittima della guerra. In trentadue capitoli ripercorriamo, tra un dialogo e un ricordo sensoriale, i momenti della vita di Anguilla. Forse Pavese non sceglie nemmeno quelli più importanti. Semplicemente, quelli che servivano a raccontare questa storia.

Questo paese, dove sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.

Il significato nascosto della Luna e dei Falò

La luna e il fuoco hanno un significato simbolico in questa storia. Pavese ci racconta dei falò che venivano accesi di notte nella contrada durante le feste contadine. Questi erano di buon augurio, rituali quasi sacri e pieni di magia per Anguilla bambino. Il significato di quel fuoco cambia però con la crescita. L’incendio al casotto, il corpo bruciato di Santina lasciano una cenere struggente e niente di sacro. Più il tempo passa, più il protagonista sente il bisogno di andarsene, di fuggire, di essere altrove. E alla fine sceglie l’America.

I vigneti di Santo Stefano Belbo

Un altro riferimento è quello al ciclo delle stagioni che affianca tutte le vicende del destino dell’uomo. La luna, anch’essa un simbolo, scandisce i tempi, i ritmi del romanzo, il collegamento tra la terra e il cielo, il passato e il futuro, la realtà e l’illusione.

Su due piani paralleli c’è anche la vita di Anguilla. Da un lato l’infanzia, con il desiderio di avventura di scoperta.  Dall’altro la maturità, la disillusione, la delusione. Uno di questi falò simbolici è rappresentato dall’episodio dell’incendio che il padre di Cinto appicca al “casotto di Gaminella”. In questo caso viene distrutto il passato, disintegrato da una follia che è affine a tutto ciò che la guerra stessa ha sterminato.

Fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire «ho fatto questo» «ho fatto quello» «ho mangiato e bevuto», ma si parla per farsi un’idea, per capire come va questo mondo.

Claudia Neri

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