Cuba - Racconto Erotico di Claudia Neri - Parole Mute

Cuba

Questo racconto è il continuo di Scacco matto ed è la terza parte di Girati.

La notte che ho trascorso con Amos a Singapore si è conclusa alle undici del mattino dopo. Abbiamo fatto l’amore innumerevoli volte. I nostri corpi si attraevano così tanto che non siamo riusciti a dormire per più di tre ore di fila. A turno aprivamo gli occhi e ci cercavamo sotto quelle lenzuola blu e dorate di seta morbidissima.

Abbiamo fatto colazione insieme. Mi pare di conoscerlo da tanto tempo anche se ha appena imparato a pronunciare il mio nome senza inciampare nelle sillabe: Cassandra, Sandra, con quella “r” storpiata sia dall’arabo che dall’inglese. Abbiamo fatto una partita a scacchi sulla sua bellissima scacchiera, con il panorama di fronte e i caffè e le fragole con la panna rimaste dalla colazione accanto a noi. È stato davvero bellissimo. Ha vinto lui, ovviamente.

A mezzogiorno ho lasciato il suo appartamento per tornare nella mia stanza, ci siamo lasciati contatti e tutto il resto. Chissà se lo rivedrò mai più e se sì, dove. Adoro queste storie d’amore. Sono le migliori della mia vita.

Avrò sempre un pezzo di Amos dentro di me e lui conserverà me da qualche parte nella sua vita e nei suoi ricordi.

Preparo le valigie di fretta, ancora devo risponderti al messaggio di ieri. Ci ho pensato più volte ma poi non l’ho fatto. Adesso in Italia sono le cinque del mattino, quando partirò saranno le nove. Chiudo la valigia e vado in bagno a prepararmi.

Arrivo in aeroporto puntuale, ti rispondo: “Sto partendo adesso da Singapore”.

In aereo scrivo l’articolo, fiumi di pagine scorrono sotto le mie dita che saltano da un pensiero all’altro. Scrivo della conferenza col console a Dubai e faccio solo un breve accenno al tuo intervento, alle tue parole.

Quando metto la parola fine sono alla trentesima pagina decido di riposarmi per accusare meno il jet leg che dovrò affrontare all’arrivo. Tredici ore di volo sono tante e avrò tempo di lavorare anche più tardi.

Arrivo a Milano di mattina presto, un taxi mi accompagna nel mio appartamento. Lascio le valigie intatte e vado a farmi un tè caldo. Faccio una doccia veloce e mi metto a letto con l’intenzione di dormire fino al pomeriggio.

È la mia migliore amica a ricordarmi che giorno è. Il messaggio è per darmi appuntamento per quella sera alla terrazza Belvedere per il compleanno di un nostro amico. Sospiro. Mi corico e metto la sveglia.

La terrazza è gremita di gente. La maggior parte li conosco di vista, pochi li conosco davvero. Gabriella mi viene incontro e mi abbraccia. Sono felice di vederla. La sua serie di domande sul mio viaggio ci accompagna fino al bar. La vista sul Duomo è bellissima, i cocktail sono pronti subito. Il festeggiato ancora deve arrivare.

Le racconto tutto, di averti visto, di Singapore, di Amos. Gabriella ascolta assorta, con esclamazioni di approvazione e risate qua e là.

  • Quanto invidio la tua vita! – mi dice dopo aver chiesto i dettagli della suite di Amos. Ci alziamo e andiamo dal festeggiato. Cristian compie trentotto anni. Non ci vedevamo da un mese più o meno. Ci abbracciamo.
  • Da dove torni? –
  • Singapore.
  • Andiamo ragazzi che vi offro da bere.

Cristian è elegante, magro, porta gli occhiali tondi e i capelli lisci gli ricadono con un ciuffo sulla fronte. Gli occhi sono allungati e verdi, ma di sera sembrano più scuri.

Quando inizia la musica io e Gabriella iniziamo a ballare, lei è più impacciata di me perché ha un vestito verde con una gonna cortissima. Io ho un jeans bianco stretto e un top minuscolo e rosso che stringe sul seno. Gli altri ragazzi e ragazze del gruppo si uniscono a noi, beviamo ancora. Cristian offre un altro giro, il nostro tavolo è pieno di bicchieri vuoti di vodka e altri drink.

Arriva il momento in cui parte una canzone latina che ricorda a tutti il nostro viaggio a Cuba di qualche anno prima. Istintivamente guardo Cristian che sa a cosa sto pensando. I nostri ricordi di Cuba sono legati a molte notti in giro per locali a ballare mentre gli altri erano già collassati, addormentati o innamorati da qualche parte. Cristian mi raggiunge, mi invita a ballare.

Non ho mai ballato con qualcuno come ballo con lui, e penso che per lui sia lo stesso. Abbiamo una chimica particolare quando le nostre mani si toccano e parte la musica. Lui mi prende, sa dove vuole che vada e mi guida perfettamente. Quando ballo con lui ogni cosa mi sembra al suo posto, e i nostri corpi sono una cosa sola che si muove nello spazio per farlo suo.

L’erotismo dei nostri movimenti sulla musica cubana si irradia intorno, si fa un piccolo cerchio intorno a noi. C’è chi guarda, c’è chi balla, c’è chi sorride. Io mi lascio trasportare. Le sue mani sui fianchi, dietro la schiena nuda, in mezzo ai capelli biondi sparsi a casaccio sulle spalle e sul viso. Quando le nostre facce si incontrano per qualche secondo, incrocio i suoi occhi scuri dietro gli occhiali. Lui mi sorride, mi volta, mi stringe, e senza smettere di ballare mi sussurra: “Ti voglio come a Cuba”, e in un momento mi lancia senza darmi il tempo di dire niente.

Quando la canzone finisce ci prendiamo fischi e applausi dei nostri amici con sorrisi compiaciuti e imbarazzati. Mi sento uscita da quel mondo in cui entro quando balliamo insieme. Lascio la terrazza per andare a sciacquarmi la faccia e asciugarmi il sudore. I bagni sono al piano di sotto. Mi sento accaldata e ho il cuore a mille. Il bagno è grande e per fortuna arieggiato. Lascio la borsa sul ripiano umido e apro il rubinetto. Mi bagno la faccia, le braccia, il petto. Voglio bere ancora. Sento la porta che si apre, sollevo il volto dal lavandino un attimo prima di vedere Cristian riflesso nello specchio che mi afferra il seno con le mani e mi dà un morso sul collo.

Non resisto, mi volto e lo bacio. “Come a Cuba”, dico e sorrido. Lui si lecca le labbra e si toglie gli occhiali. Ha i capelli scombinati sulla fronte sudata. L’acqua da cui non mi sono asciugata gli bagna la maglietta, le braccia, il viso. “E se entra qualcuno?” dico guardando la porta. Cristian afferra uno sgabello e lo mette sbilenco per terra tra la porta e il lavandino. “Bagno guasto per un po’”. Mi salta addosso, senza nessuna inibizione. Mi sfila il top che ricade sul lavandino nel suo intreccio di fili. Mi succhia il seno, lecca l’acqua, mi bacia il collo.

Seduta sul lavandino di fronte a lui gli sfilo la maglietta, gli mordo i capezzoli, il collo, la bocca.

Ricordavo bene il suo odore, quello della pelle è più forte di qualsiasi profumo. È come quello di un tessuto fresco, di qualcosa di buono. Gli slaccio i pantaloni, lui mi toglie i tacchi che ricadono con un tonfo, mi sfila i jeans bianchi e tira via le mutandine più sottili del top. In un attimo che i nostri vestiti cadono, la sua testa è tra le mie cosce. Ho la schiena appoggiata allo specchio e le cosce aperte intorno alla sua faccia. I piedi sfiorano il muro di marmo freddo dietro di lui a ogni gemito. Cristian risale con la bocca umida e mi bacia. Il mio sapore aspro mi invade la bocca. Lui mi penetra. Mi stringe a sé con le mani grandi e sicure con le quali mi conduceva sulla pista da ballo. Mi guarda negli occhi, mi penetra con quelli prima che con ogni altra cosa. Lo guardo anch’io, gemo, fremo, sotto alle sue mani. Un brivido mi scorre lungo la schiena. Mi sento una diciottenne in discoteca ubriaca nel bagno col primo che capita. Gli afferro il volto, lo bacio. Scivolo dal lavandino. Sono in piedi davanti a lui. Cristian ansima, mi stringe, mi tocca.

Qualcuno prova a entrare. Tratteniamo il fiato. La ragazza impreca. Ci riprova. Sceglie il bagno degli uomini.

Ridiamo, piano, per paura che ci sentano. Cristian mi bacia di nuovo, mi lascio inondare dal profumo, poi mi fa girare. Il mio corpo lo segue come ballando. Le mie ossa sbattono contro il marmo freddo del lavandino. Vedo dentro lo specchio i nostri volti, il mio seno arrossato, la sua mano che mi stringe il fianco. Anche così riflessi lui mi guarda negli occhi. Mi fa male la pelle che sbatte ma godo troppo per chiedergli di fermarsi.

Mi eccita terribilmente vederci entrambi godere, in quel posto, ubriachi, fuori dal mondo, dal tempo, stretti e sconosciuti.

Vengo mentre la tua bocca mi addenta il collo. Temo che qualcuno possa avermi sentito, lui viene un attimo dopo e ti appoggi a me con tutto il corpo caldo.

Mi rivesto in fretta. Lui è più impacciato, non trova subito le cose. “Buon compleanno”, dico e sorrido. “Ormai non è più il mio compleanno” risponde lui e mi dà un bacio. “Però sì, ora andiamo a bere.”, “Decisamente.” Gli rispondo io. Una volta ricomposti esco per prima, salgo le scale che mi riportano alla terrazza. L’aria fresca mi accarezza la faccia.

Guardo verso il nostro tavolo, gli altri sono ancora lì. Quando sarà passato? Un quarto d’ora? Venti minuti?

Incrocio il tuo sguardo mentre il tuo era già lì ad aspettarmi. Sei dall’altro lato della terrazza, con un drink in una mano e una sigaretta tra le labbra. Sei così diverso dall’uomo in toga di Dubai. Hai la camicia un po’ sbottonata, il tuo sorriso è appena accennato. Alzo la mano per salutarti ma in quel moment qualcuno alle mie spalle mi afferra un fianco e mi dà un morso sul collo, veloce, poi un bacio più lungo. È Cristian, mi irrigidisco. Ti guardo come se mi vergognassi, tu alzi il drink in cenno di saluto e, prima che io possa fare nulla, ti volti dall’altra parte.

Claudia Neri