La coscienza di Zeno ~ Italo Svevo ~ Recensione di Claudia Neri

La coscienza di Zeno – italo svevo – Analisi e recensione

copertina zeno

La coscienza di Zeno è probabilmente il libro più conosciuto dello scrittore Italo Svevo, pubblicato nel 1923 dall’editore Cappelli a Bologna.

L’autore, il cui vero nome era Ettore Schmitz, era triestino, di giorno impiegato di banca e di notte scrittore, immerso nell’atmosfera asburgica e crocevia di culture diverse. Svevo è stato un autore riservato, divenuto famoso tardi e riconosciuto più dopo che durante il corso della sua vita. Ha conosciuto nella sua Triste lo scrittore irlandese James Joyce, il quale ha apprezzato la sua scrittura e Eugenio Montale ha scritto un saggio su di lui, pubblicato nel 1925. Italo Svevo è morto in un incidente d’auto a sessantasette anni nel 1928.

La coscienza di Zeno

La coscienza di Zeno è un romanzo psicoanalitico che si concentra sull’inettitudine, preceduto da Una vita e seguito da Senilità. È anche uno dei primi romanzi ad introdurre nel panorama letterario italiano il tema della psicoanalisi, che si stava diffondendo in quegli anni grazie alle teorie di Sigmund Freud e nelle quali Svevo poco credeva.

Essendo Trieste parte dell’impero austro-ungarico e di conseguenza vicina a Vienna (di cui Freud era originario) le teorie psicoanalitiche con tutte le varianti e sperimentazioni dei primi dottori arrivarono prima nella città, fulcro attivo di scambi culturali e intellettuali.

Prefazione

La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come volere turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati.

Nella prefazione del libro lo psicoanalista Dottor S. (forse proprio in riferimento al nome di Sigmund) dichiara di voler pubblicare “per vendetta” alcune memorie, redatte in forma autobiografica di un suo paziente, Zeno Cosini, che si è sottratto alla cura che gli era stata prescritta. Gli appunti dell’ex-paziente costituiscono il contenuto del libro.

Italo Svevo con la sua famiglia

Il romanzo è di fatto l’analisi della psiche di Zeno, un individuo che si sente malato e inetto ed è continuamente in cerca di una guarigione dal suo malessere. Il medico, evidentemente offeso dall’abbandono della cura da parte del paziente, durante il romanzo viene completamente oscurato e quasi dimenticato dal lettore. Alla fine anzi ci troviamo a condividere con Zeno l’opinione dell’inutilità della cura prescrittagli dal dottore e dell’assurdità delle stesse rispetto ai suoi “reali problemi”.

La malattia di Zeno

La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione.

Zeno è malato della vita. nelle sue memorie fa continuamente riferimento a questa malattia, patologia incurabile da cui è affetto ma che non ha altro nome se non vita. Le “cure” che cerca di seguire seguono strade diverse, a volte tentativi casuali, assurdi o controproducenti.

Zeno è un borghese triestino, contabile appassionato di chimica, ereditiere di una ricca fortuna, che lo esula dal dovere di lavorare. Annoiato, senza nulla da fare nella vita se non spendere i suoi denari, Zeno rappresenta anche il vizio. Può infatti dedicarsi alle sue malattie e paturnie psicologiche perché mai realmente coinvolto in questioni della vita “pratica”, passatemi il termine.

Le fisime di Zeno riempiono completamente il romanzo, che si trasforma in un rimuginare ininterrotto su quelle fissazioni. La storia, la trama, il personaggio stesso passano in secondo piano. È invece enorme lo spazio riservato al flusso di coscienza di Zeno che ci porta in vicoli ciechi, inesplorati e asfissianti.

Il fumo

Sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.

U.S. è la sigla che troveremmo ripetutamente sulle pagine del diario di Zeno, se questo esistesse e se ce lo avessimo tra le mani. Sta per “ultima sigaretta” e segna le infinite volte che il protagonista ha cercato invano di smettere di fumare. Il fumo è un vizio che si porta dietro fin da bambino e che risale a prima di quando ha acceso il primo sigaro di suo padre.

Dico questo perché quando Zeno ce ne parla – nella prima parte del libro – fa risalire il suo vizio alla sua infanzia e al suo controverso rapporto col padre. Il fumare diventa un atto privato di disobbedienza, ribellione e anche di affermazione della sua individualità. Nell’età adulta diventa invece a condanna da cui per Zeno parte tutto il suo malessere e il punto di partenza per guarire dalla sua “malattia”.

Storia del mio matrimonio

È la parte più lunga del libro. Volutamente Zeno non ci dice subito il nome di sua moglie, in quanto la controversa storia del suo matrimonio fa molto riflettere il lettore. Deciso a trovare moglie per la necessità di accasarsi, entra in casa della famiglia Malfenti deciso a sposare Ada, una ragazza bellissima. Iconico è il momento del romanzo in cui nella stessa serata Zeno chiede la mano ad Ada, che lo rifiuta, poi ad Alberta, che pure lo rifiuta e infine ad Augusta – la più brutta delle sorelle – che accetta di sposarlo seppur consapevole di essere “la ruota della ruota di scorta”. Alla fine Augusta si rivela la scelta migliore, Zeno se ne innamora e anche lei ricambia.

L’amore sano è quello che abbraccia una donna sola e intera, compreso il suo carattere e la sua intelligenza.

Questa parte del libro è forse la più noiosa e pedante. Prima di arrivare alla sera della proposta di matrimonio dobbiamo passare per incomprensioni, gelosie e incertezze, che si traducono in righe prolisse e inconcludenti nel flusso della coscienza di Zeno.

La coscienza di Zeno: l’ironia della morte

Parlai lungamente della vecchiaia incombente su di me. Non potevo stare un momento tranquillo senz’invecchiare. Ad ogni giro del mio sangue qualche cosa s’aggiungeva alle mie ossa e alle mie vene che significava vecchiaia. Ogni mattina, quando mi destavo, il mondo appariva più grigio ed io non me ne accorgevo perché tutto restava intonato; non v’era in quel piano neppure una pennellata del colore del giorno prima, altrimenti l’avrei scorta ed il rimpianto m’avrebbe fatto disperare.

Ci ho tenuto a soffermarmi sulla parte più noiosa del libro, quella della storia del matrimonio, perché anche nei capitoli successivi il matrimonio, Augusta, Ada e la Donna saranno centrali nella narrazione.

La prima edizione de “La coscienza di Zeno”

Zeno non nasconde che ha numerose amanti, di cui però ci racconta solo di Carla. La vicenda di questa ragazza precede quella legata ai suoi affari con Guido, il marito di Ada.

La travagliata storia dell’azienda di Guido e Zeno mette in luce un’altra tipologia di personaggio viziato, anch’egli dedito al vizio e abituato male dalle fortune della sua vita. Riguardo ai suoi rapporti con Guido, Svevo lascia al lettore la libertà – più o meno veicolata – di crearsi un’opinione.

All’inizio Zeno è invidioso di Guido perché Ada è innamorata di lui e cerca di sabotarlo mettendolo in cattiva luce. Poi, quando si scopre innamorato di Augusta, sembra appianare i vecchi rancori e diventa suo amico. Quando Guido perde il suo patrimonio in borsa Zeno cerca di salvarlo aiutandolo economicamente. Quando però Guido muore, il giorno del funerale Zeno sbaglia corteo funebre e si unisce a quello di un altro, elemento che in psicoanalisi denoterebbe un’inconscia avversione alla “venerazione” post-mortem dell’amico.

C’è una cosa in questa parte che ho apprezzato moltissimo.

Ad un certo punto della storia, Guido simula un tentativo di suicidio. È consapevole che il dottore sarebbe intervenuto in tempo per salvarlo, ma sa anche che la pena e la preoccupazione avrebbero persuaso Ada a prestargli il denaro per non dichiarare bancarotta (motivo del “suicidio”). Dopo un certo tempo da questo episodio Zeno e Guido hanno una conversazione su una sostanza chimica che accelererebbe l’effetto mortale della morfina se unita ad essa.

Nel secondo momento tragico della storia degli affari di Guido, egli è costretto nuovamente a chiedere un prestito ai suoi cari, che però questa volta gli viene rifiutato. È a questo punto che egli si avvelena nuovamente, senza però riuscire ad esser salvato da nessuno. Una serie di eventi sfortunati fa tardare l’intervento di Ada e del medico e alla fine è troppo tardi. Quando Zeno scopre Guido non aveva aggiunto la sostanza chimica alla morfina per accelerarne l’effetto, ha la certezza che anche questa volta l’amico voleva soltanto fingere per suscitare pietà e non uccidersi davvero. Touché.

La coscienza di Zeno: Lo stile e la struttura

La struttura del romanzo non è lineare. Gli eventi si susseguono in sequenza non cronologica ma “concettuale”. Non dimentichiamo che Zeno scrive il diario sotto consiglio dello psicoanalista per affrontare la sua “malattia”.

Lo stile di questo romanzo è atavico. Molti dei termini e delle flessioni verbali usate da Svevo sono in disuso oggi. Se già risulta pesante a un lettore allenato, per chi non è abituato a leggere questo romanzo sarà uno strazio.

Conclusioni

La vita non è né brutta né bella, ma è originale!

Se il linguaggio usato è pesante, il contenuto lo è ancora di più. Il labirinto in cui ci perdiamo attraverso le parole di Zeno è paragonabile a quello del Moscarda di Uno, nessuno e centomila (uscito tre anni dopo), con la differenza che il romanzo di Svevo è lungo quasi il triplo.

I pensieri intrecciati e labirintici di Zeno mi hanno sfiancato, asfissiato. Spesso sono ripetitivi, noiosi e snervanti. Ci viene quasi da dargli uno schiaffo e dirgli “Svegliati!”. Non è il romanzo che consiglierei di leggere in un periodo di pesantezza come questo, né tantomeno a chi cerca un’ispirazione o uno spunto leggero.

Claudia Neri

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