Moby Dick - Herman Melville- Recensione e Analisi

Moby Dick – Herman Melville – Analisi e recensione

moby dick

Moby Dick è un romanzo di Herman Melville pubblicato nel 1854. Divenuto un classico della letteratura americana e mondiale esso può essere definito un romanzo d’avventura che contiene in sé anche elementi mitici e religiosi, con una forte componente allegorica. Lo stile è mediamente complesso, il testo è ricco di descrizioni lunghissime e dialoghi aulici.

Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby Dick!

Le prime pagine introduttive ci catapultano già nel tema del libro: qui si parla di una balena. Moby Dick inizia infatti con una sezione intitolata “Etimologia ed estratti”, in cui il narratore Ismale elenca una serie di citazioni tratte dalle fonti più svariate (dalla Genesi al Libro di Giobbe, dai Salmi al profeta Isaia, da Rabelais ai resoconti di veri balenieri, da Shakespeare al Paradiso perduto di Milton, dall’amato Hawthorne ai viaggi di Darwin). Ismaele fa tutto questo per tentare di dare al lettore contemporaneo (siamo a metà 1800) un’idea di questo temibile e misterioso animale, dominatore dei mari e protagonista di tutte le pagine successive.

L’autore

Melville nasce il primo agosto del 1819 in una famiglia di commercianti a New York. La sua fantasia viene fin dalla primissima età influenzata da racconti di terre lontane e imprese straordinarie. Poco più che adolescente sarà costretto a lavorare a causa della bancarotta del padre e la miseria della famiglia. È in questo periodo che Melville viene avvicinato alla vita marittima da suo fratello maggiore.

Comincia così per lui una fase di viaggi nell’Oceano Pacifico a bordo delle baleniere, navi che danno la caccia alle balene per venderne l’olio che alimenta le lampade. Questi lunghi viaggi e le vere e proprie avventure che Melville vive sono d’ispirazione per i romanzi che gli daranno la fama, come Typee (1846) e Omoo (1847), ma anche Giacchetta bianca (1850).

Paradossalmente la sua fama letteraria si esaurisce proprio dopo la pubblicazione di Moby Dick. Il romanzo passa completamente inosservato e ignorato dalla critica. Questo porterà Melville ad uno stato di sconforto. Il suo decadimento personale e letterario inizia da qui e l’autore non godrà mai più della fama e dell’amore che lo avevano accompagnato dopo le prime pubblicazioni. La sfortuna che avrà nella vita professionale, ma anche personale e familiare, è quasi simbolica se pensiamo a Moby Dick e alla sua trama inesorabile.

La trama di Moby Dick

Prima di iniziare la lettura (o meglio l’ascolto su Storytel) di questo romanzo, ne sapevo ben poco. Sapevo che riguardava la caccia alle balene e che la protagonista era un’enorme balena di nome Moby Dick. Quando ho deciso di iniziare il romanzo ero quindi carica di tutte le aspettative di quando un lettore inizia a leggere un classico della letteratura. Mi preparavo ad entrare in un mondo nuovo che avrebbe cambiato una parte di me.

La trama è semplice. Il capitano Achab con la sua baleniera Piquod e il suo equipaggio parte alla ricerca di Moby Dick. La balena, al loro precedente incontro, gli ha causato la perdita di una gamba. Da allora il capitano è ossessionato alla follia dalla sua uccisione e non ha altro obiettivo di vita.

Il narratore

A raccontarci la storia è Ismaele e il libro inizia proprio con la sua presentazione ai lettori. «Chiamatemi Ishmael», dice. Il suo è un nome biblico, ma anche onomatopeico perché, se ascoltate bene nella pronuncia inglese, assomiglia un po’ al suono di un’onda del mare. Poco importa credere se gli crediamo e se lui si chiami davvero così. Come il Vecchio Marinaio di Coleridge, Ismaele ci dice che ciò che sta per raccontare va oltre la verità e la menzogna. È la Storia.

Moby Dick, la balena bianca: il mito

La cosa migliore del libro per me è la familiarità che ho sviluppato con la balena Moby Dick. Essa diventa un personaggio protagonista, un centro di indiscussa attenzione. Nonostante non possa parlare e sia un animale che incontriamo “poche volte”, io mi sono affezionata a lei.

Spermaceti, l’olio per cui si dava la caccia alle balene

Quando Ismaele-Melville ce la descrive lo fa collocandola nel contesto mitico dell’epoca. La balena bianca è un animale leggendario, un mostro conosciuto da tutti i marinai per le sue dimensioni e il suo carattere distruttivo. Tutti possono riferire un particolare o un aneddoto su di lei, alcuni credibili, altri meno. Si diceva fosse un demone divino o infernale. I racconti sul capodoglio si alimentavano a vicenda… Questo è il modo in cui Moby Dick si imprime con sempre maggiore violenza nella mente di Achab, e nella mente del lettore.

Sì, Queequeg, i ramponi se li porta addosso tutti piegati e storti; sì, Dagoo, il suo sfiato e grosso come un covone di grano, e bianco come un mucchio della nostra lana di Nantucket dopo la grande tostatura annuale; sì Tashtego, sbatte la coda come un fiocco lacerato dal vento. Morte diavoli! È Moby Dick che avete visto…

Achab e l’ossessione

Achab è ossessionato da Moby Dick ai limiti della follia. Capitano scontroso, burbero, arrabbiato, egli si concentra solo e unicamente sull’obiettivo di uccidere Moby Dick, che risveglia in lui una ferocia terribile, con cui tutto l’equipaggio dovrà fare i conti.

Sulla nave porta con sé addirittura tre indigeni cannibali dall’aria poco amichevole che, come mastini servili, obbediscono e seguono Achab ogni volta che egli scende sulla lancia all’inseguimento di Lei come fossero demoni legati a un voto di morte.

Ad un certo punto della storia il lettore ascolta dalle parole di Achab, che si rivolge al primo ufficiale Starbuck, le motivazioni della sua ossessione, di cui egli è tutt’altro che inconsapevole. Il capitano del Pequod infervora i suoi uomini per lottare contro le onnipossenti forze maligne della Natura. È un monologo di straordinaria forza espressiva, che eleva Achab a personaggio tragico. Io ne riporto una parte secondo me significativa:

[…] Se l’uomo vuole colpire, colpisca attraverso la maschera! Come potrebbe evadere un carcerato, se non uscendo attraverso il muro? Per me, la Balena Bianca è quel muro, che mi sta vicinoA volte penso che al di là non ci sia niente.  […] Quella cosa imperscrutabile è l’oggetto principale del mio audio; la Balena Bianca può essere l’agente, la Balena Bianca può esserne il mandante: io quell’odio lo dirigerò su di essa. Non parlarmi di empietà, uomo: colpirei pure il sole se mi offendesse. Perché se il sole fosse capace di questo, io dovrei essere capace di quello; c’è sempre una qualche lealtà nel gioco, perché la rivalità pertiene a tutte le cose create. Chi c’è sopra di me? La verità non ha confini. Allontana da me quegli occhi! Lo sguardo del sempliciotto e più intollerabile dell’occhiataccia del diavolo!

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Il capitano riconosce la sua ossessione. Achab in alcuni momenti di malinconica riflessione ragiona sui limiti della libertà umana: cosa lo spinge ad agire? Non lo sa di preciso, ma sente che le sue azioni sono già state infisse nella Storia sin dall’eternità. Egli semplicemente non ha altra scelta se non inseguire quell’insaziabile desiderio di sangue. Moby Dick incarna per lui tutto il male del mondo ed egli è chiamato a sconfiggerlo.

Starbuck

 Il primo ufficiale, che è uno dei personaggi principali, èquasi un antagonista del capitano. Egli si sforza fino alla fine di farlo ragionare sulla pericolosità e sull’inutilità dell’impresa. Cerca di portarlo dalla sua parte – e da quella di tutti i marinai che vogliono ritornare dalle loro famiglie – spingendo anche sulla blasfemia dell’odio di Achab per un animale preda solo del suo istinto. Starbuck è l’unico che vedrà in Achab un attimo di esitazione. Sono sulla prua del Piquod ed egli gli ha appena parlato di sua moglie e suo figlio che lo aspettano a casa.

 La descrizione di ciò che Achab vede nei suoi occhi e dei suoi sentimenti è il mio passaggio preferito del romanzo.

Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!

Moby Dick: altri personaggi simbolici

La profezia di Pip

Oltre ad Achab, Starbuck, Ismaele, Queequeg, e altri personaggi secondari nella ciurma del Pequod, c’è un piccolo personaggio che assume rilievo narrativo dopo un episodio drammatico: si tratta del mozzo Pip, che cade in mare e ci resta per ore prima di essere ripescato; l’episodio lo fa impazzire trasformandolo in un grottesco profeta che canta canzoncine idiote. Achab sente una grande tenerezza nei suoi confronti, avvertendo un legame profondo tra la sua follia e quella dello sventurato Pip.

Bevete, ramponieri! Bevete e giurate, voi che guarnite a prora la landa mortale: morte a Moby Dick! E che il Signore ci dia a tutti la caccia, se non daremo la caccia a Moby Dick finché non sarà morto!

Fedallah

Fedellah è descritto come un individuo con tratti cinesi. Quando il Pequod salpa egli è nascosto a bordo con i cannibali della lancia di Achab. Nessuno lo vede ed esce allo scoperto solo quando la lancia del capitano viene per la prima volta calata in mare. Fedallah è indicato nel testo come “Dark Shadow” di Achab. Ishmael lo chiama un “adoratore del fuoco” e l’equipaggio ipotizza che sia un diavolo travestito da uomo. È la fonte di una serie di profezie riguardanti Achab e la sua caccia a Moby Dick, inclusa una sulla morte di Achab: “Solo la canapa può ucciderti”. È un riferimento alla corda di arpione – appunto di Achab – che trascinerà il capitano in fondo al mare assieme alla balena bianca.

Moby dick: il genere

Moby Dick è un’opera di estrema complessità e da oltre un secolo i critici tentano di illuminare i numerosi angoli oscuri di questo libro così vasto e così articolato. È difficile anche definire un genere letterario d’appartenenza. Se a prima vista il romanzo pare dominato dal tema dell’avventura e dell’esplorazione, nel corso della lettura si stratificano la dimensione mitica e quasi mistico-religiosa. Vi è poi un chiaro richiamo alla tragedia shakespeariana, evidente soprattutto nei tratti drammatici dei personaggi del Pequod.

Nella vita di baleniere ai tropici vi avvolge una sublime mancanza di avvenimenti. Non sentite notizie, non leggete giornali, nessuna edizione straordinaria con resoconti impressionanti di banalità vi dà false e inutili eccitazioni; non udite parlare di dispiaceri domestici, di cauzioni fallimentari, di cadute di borsa, non avete mai il fastidio di pensare a cosa mangerete a pranzo, visto che per tre anni e più tutti i vostri pasti son belli e stivati nei barili e la lista è immutabile

Il romanzo è pieno di citazioni, recuperi e rimandi letterari di cui Moby Dick e la sua lingua sono intarsiati. Il Leviatano e alcuni passi biblici, in particolare quelli relativi a Giobbe, sono così presenti nell’opera che questa assume un’aurea ultra-terrena, più vicina all’epica che alla narrativa.

Il simbolismo dell’opera

Il romanzo ha una forte componente allegorica, per mezzo della quale il viaggio del Pequod e la caccia a Moby Dick divengono immagine e simbolo della conoscenza umana, dei suoi limiti e dell’eterna ricerca del Bene e del Male. La “balena bianca”, animale ignoto e terribile, è quindi il simbolo di un’ossessione conoscitiva che Melville trasforma in un’avventura ambientata nel suo “campo”, il mare. Questo mythos si collega direttamente con l’esistenza stessa di Moby Dick, la cui caccia dura ben tre anni: la balena, cercata per anni, resta per la maggior parte del tempo nascosta e invisibile, accrescendo così il proprio potere di inquietante suggestione. Moby Dick diventa allora simbolo di tutto ciò che è ignoto ed inafferrabile per l’uomo.

O limpido spirito tu mi hai fatto del tuo fuoco, e come un vero figlio del fuoco io te lo rendo in respiro.

Il bianco è un colore particolare perché racchiude diversi significati: da una parte rappresenta la virtù, l’innocenza, la grazia, il divino, ma in Moby Dick è spesso presente un’altra prospettiva che intreccia tali significati con una sensazione di vuoto, di nulla, di morte. Per questo, come descrive perfettamente Melville, il bianco racchiude nello stesso tempo una sorta di fascino e di terrore.

«Allora piccoli uccelli volarono stridendo sull’abisso ancora spalancato; un triste flutto biancastro s’infranse contro i margini in pendenza; poi tutto franò, e il grande sudario del mare tornò a rollare come rollava cinquemila anni fa»

Stile

Melville scrive molto bene, si diverte ad utilizzare diverse tipologie di narrazione passando dalla terza persona alla prima e, in alcuni punti, la sceneggiatura è scritta così bene che ci sembra di essere davanti agli attori che parlano. Si riferisce al lettore direttamente, soprattutto all’inizio, e questo contribuisce a creare una familiarità con la storia e coi personaggi.

Il gergo utilizzato è fedele al tempo in cui è ambientato il romanzo: l’autore si rivolge al lettore come se fosse un suo contemporaneo e per questo anche un po’ ignorante. Il romanzo ha una struttura paratattica, un po’ obsoleta, a tratti difficile da seguire. Il più grande limite alla scorrevolezza è la grande mole di descrizioni che Melville fa.

Egli scende nei minimi particolari rispetto alla fisionomia della balena e del capodoglio, delle tecniche impiegate nella caccia, delle modalità di estrazione del preziosissimo spermaceti, delle consuetudini e regole delle baleniere, di alcuni aspetti sociali dell’epoca, del rapporto tra membri dell’equipaggio e tra baleniera e baleniera.

Se questo a tratti l’ho apprezzato perché mi ha fatto comprendere meglio certe dinamiche, in altri casi l’ho trovato pesante. Considerate poi che molte delle “affermazioni scientifiche” sulla balena che Melville fa da vero esperto nel 1850 oggi non sono più valide, contestate dalla scienza e quindi un po’ ridicole.

Conclusioni

Il romanzo di Herman Melville non è una lettura scorrevole. È un libro a cui il lettore deve dedicarsi pronto ad imbattersi in prolisse descrizioni e poca azione. Le mie aspettative sono state soddisfatte solo in parte. Le scene di caccia e di combattimento sono poche, come anche i dialoghi. I simboli di Moby Dick sono ciò che rendono il romanzo un “classico”, in quanto sono ancora attuali.

Lo consiglio? Penso che nella libreria di un lettore Moby Dick non possa mancare, ma anche che ci sono moltissimi romanzi classici che consiglierei prima di affrontare la follia del capitano Achab.

Claudia Neri

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