I libri classici, romanzi e non, si definiscono così perché conservano la loro bellezza e attualità indipendentemente dall’epoca storica in cui li leggiamo. Sono quei libri che vanno oltre il tempo e che esplorano i sentimenti umani in maniera così profonda e completa che prescindono dallo spazio e dalla storia.
In un certo senso sono primordiali, in quanto scopriamo che i personaggi ci assomigliano nell’intimo delle loro paure e delle loro pulsioni, riconosciamo noi stessi nei loro pensieri e sentimenti e, a volte, le loro vicende somigliano alle nostre, seppur in un altro contesto.
I libri classici posseggono un valore immenso che va oltre il tempo e, pertanto, ce ne sono alcuni che non possono mancare dalle vostre librerie.
Sarebbero moltissimi i titoli che mi vengono in mente, ma per un amplesso più completo vi rimando all’articolo in cui parlo dei Libri da leggere assolutamente almeno una volta nella vita, dove trovate una selezione di circa 50 titoli secondo me straordinariamente belli.
In questo articolo mi limiterò a citare i 10 Must-read, approfondendo anche un poco di che cosa parlano e perché secondo me rientrano nella categoria dei libri classici. Per le biografie degli autori che li hanno scritti sto invece preparando un altro articolo apposta, in quanto penso sia fondamentale conoscere lo scrittore per comprenderne la scrittura, soprattutto per alcuni titoli che troverete qui sotto. Pronti? Iniziamo!
1. Il conte di Montecristo
«”Montecristo” è uno dei romanzi più appassionanti che mai siano stati scritti. In un colpo solo (o in una raffica di colpi, in un cannoneggiamento a lunga gittata) riesce a inscatolare nello stesso romanzo tre situazioni capaci di torcere le viscere anche a un boia»
– Umberto Eco


Quattordici anni di prigionia per immaginare la propria vendetta, dieci anni per metterla in pratica: Edmond Dantès è disposto a tutto per vendicarsi di chi l’ha ingiustamente accusato, condannandolo alla galera e facendogli perdere reputazioni, famiglia e successo. Dopo un’avventurosa evasione dal castello d’If, Dantès adotta il titolo e la falsa identità di Conte di Montecristo; escogita audaci stratagemmi e molteplici travestimenti per annientare i propri avversari, in un delirio d’onnipotenza che terminerà in un drammatico confronto con la coscienza e il perdono. Fra avvelenamenti e rapimenti, scambi d’identità e tesori sepolti e ritrovati, Alexandre Dumas cattura i lettori oggi come ieri, e li tiene incollati a un classico della letteratura appassionante come un feuilleton.
Questo libro scende nel profondo dell’anima e la scompone a pezzettini, mettendoci di fronte alle nostre più profonde e segrete pulsioni, sia positive sia negative. Più volte, leggendo, ho avuto paura di me stessa e di quello che potevo provare immedesimandomi in questo personaggio così controverso e complesso e, nonostante ciò, così semplice, puro, e buono.
Il conte di Montecristo è un libro difficile da superare in bellezza e composizione e resterà per sempre uno dei romanzi migliori che ho letto, oltre ad avermi fatto perdutamente innamorare del suo protagonista. come dico nella recensione, Il conte di Montecristo è il romanzo in cui avrei voluto vivere.
Puoi leggere la recensione completa in questo articolo.
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2. Guerra e pace
«’Guerra’ è il mondo storico, ‘pace’ il mondo umano. Il mondo umano interessa ed attrae particolarmente Tolstoj soprattutto perché egli è convinto che ogni uomo – di ieri, di oggi, di domani – valga un altro uomo…»
– Leone Ginzburg


Sette anni occorsero a Tolstoj (dal 1863 al 1869) per comporre uno dei capolavori della letteratura ottocentesca. L’ossatura del romanzo, sullo sfondo delle guerre napoleoniche – dal 1805 alla travolgente insurrezione di tutto il popolo russo nel 1812 – è data dalle vicende di due grandi famiglie dell’alta nobiltà, i Rostov e i Bolkonskij, depositari dei valori autentici e genuini, intrecciate a quelle dei corrotti e dissoluti Kuragin. Spiccano, nella moltitudine di personaggi, le figure di Nataša, fanciulla e poi donna di straordinaria purezza e d’indole forte e impetuosa; del principe Andrei, che porta il suo orgoglio nella guerra, nella prigionia e nell’infelice amore per Nataša; dell’enigmatico e complesso Pierre Bezuchov, capace di autentica adesione al «dolore del mondo». Grandiosa epopea, toccante esplorazione dei lati oscuri e luminosi dell’animo umano, Guerra e pace si ripropone, di generazione in generazione, con immutata immediatezza e rara capacità di avvincere nel profondo.
Proprio rispettando la vera essenza di un classico, Guerra e pace è un libro che ti fa immedesimare nei personaggi, nelle loro perdite e nelle loro speranze, nei loro amori e nel loro dolore. È un libro dopo il quale il lettore è diverso, avrai vissuto mille vite e attraversato mille destini sulla tua pelle.
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3. David Copperfield
«Di tutti i miei libri, quello che più amo è questo… come molti genitori amorosi, ho nel più profondo del cuore un figlio preferito: il suo nome è David Copperfield»
– Charles Dickens, dalla Prefazione all’edizione del 1867


Come quasi tutti i lavori di Dickens, il romanzo è stato pubblicato a puntate mensili su un giornale di proprietà dello stesso scrittore, riscuotendo subito un enorme successo. Molti degli elementi del romanzo si ispirano ad eventi della vita stessa dell’autore; esso, infatti, si può considerare l’autobiografia romanzata della vita di Dickens.
David Copperfield è un ragazzo orfano, che ha perso il padre quando era ancora in fasce. Trascorre la sua infanzia serenamente con sua madre e la governante Peggotty. Ad un certo punto però sua madre decide di sposare Mr. Murdstone, uomo rigido e freddo, privo di affetto. Il patrigno si rivela una persona molto severa e non perde occasione per picchiare ed umiliare David – che ha appena sette anni. Inoltre porta a vivere con sé anche la sorella zitella Miss Jane, dal carattere ancora peggiore. A causa dell’”esuberanza” infantile di David, il ragazzo viene mandato in collegio, ambiente ostile ma comunque migliore di quello di casa sua. Conoscerà qui Steerforth, un personaggio che avrà un ruolo importante nel romanzo.
La madre di David morirà molto presto, anche a causa dell’infelicità che gli causano il marito e la cognata. A quel punto David si ritrova solo al mondo. Il suo patrigno decide di mandarlo a lavorare in una fabbrica a Blackfriars, dove il ragazzo è costretto ad una vita durissima, fatta di fatica e stenti. Il ragazzo decide di scappare e si rifugia a Dover, dove vive la zia Betsey Trotwhood, che lo aiuta a sistemarsi presso l’avvocato Wickfield e a terminare gli studi. Qui David diventa il confidente della figlia dell’avvocato, la dolce Agnes e vive le sue prime storie d’amore: prima con la giovane Emily e poi con Miss Dora, che sposa qualche anno dopo aver trovato un’occupazione.
Ogni passaggio della vita di David è una stretta al cuore, soprattutto quando David è bambino. Il suo dolore e la sua disperazione così puri ci portano in un mondo pieno e con personaggi straordinari e indimenticabili. Immancabile per i sensibili romantici, che farà sciogliere anche i lettori più rigidi.
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4. Il nome della rosa
Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
– Umberto Eco


L’opera, ambientata sul finire dell’anno 1327, si presenta con un classico espediente letterario, quello del manoscritto ritrovato, opera, in questo caso, di un monaco di nome Adso da Melk, che, divenuto ormai anziano, decide di mettere su carta i fatti notevoli vissuti da novizio, molti decenni addietro, in compagnia del proprio maestro Guglielmo da Baskerville. La vicenda si svolge all’interno di un monastero benedettino ed è suddivisa in sette giornate, scandite dai ritmi della vita monastica.
È veracemente curiosa perché è un giallo magistralmente condotto a tutti gli effetti. Dalle analisi psicologiche dei personaggi, alle deduzioni del protagonista Guglielmo da Baskerville, è divertente seguire il filo logico di un genio brillante che spiega a noi (che non le capiamo) l’ovvietà delle sue deduzioni attraverso le conversazioni con Adso, non altri che il giovane monaco che narra la storia, scritta al tramonto della sua vita per noi che la leggeremo.
È pesantemente riflessiva perché Eco dedica intere pagine alla descrizione minuziosa di particolari che noi tutti dimenticheremo e che io, in particolare in certi casi, ho odiato profondamente.
Mettendo da parte le prolisse descrizioni ambientali (non ricordo più quante pagine per descrivere l’architettura dell’abbazia), ci sono capitoli profondamente riflessivi dedicati a Dio e al destino dell’uomo che a lui si affida.
In una società povera e difficile come quella medioevale, era molto più facile giudicare che non capire le condizioni per le quali i reati si verificavano e molti inquisitori erano di fatto nobili che non avevano idea delle condizioni delle altre classi sociali, per cui molto facilmente una donna un po’ più dotta era bruciata per stregoneria, assieme a tutti quelli che accusava sotto tortura. Un clima di paura che, come Guglielmo stesso spiega, rende molto semplice il diffondersi della violenza piuttosto che della verità. Siamo di fronte a un romanzo indimenticabile, immenso e pieno, spesso specchio di una società non troppo passata.
Puoi leggere la recensione completa in questo articolo.
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5. Tenera è la notte
«Dick percepiva l’infelicità di Nicole e avrebbe voluto bere la pioggia che le sfiorava le guance.»
– Francis Scott Fitzgerald


Il libro, come un grande affresco, abbonda di episodi e personaggi, ma ha al centro la vicenda di corruzione morale dei coniugi Diver. Lui, Dick, psichiatra, incontra nel corso della sua attività clinica una giovane donna, Nicole Warren, sofferente di manie di persecuzione per aver avuto rapporti incestuosi con il padre. Nonostante il parere contrario di molti suoi colleghi, decide di sposarla, ripromettendosi di «restaurarle l’universo». Passano alcuni anni; lui, godendo della ricchezza della moglie, progressivamente perde interesse per la propria attività professionale. Si ritrovano sulla Costa Azzurra assieme a una strana coorte di personaggi, alcuni dei quali innamorati della donna. C’è una giovane interessata invece a Dick, Rosemary. Sarà la “storia” che fa precipitare il precario equilibrio della coppia.
Un libro bellissimo in cui i grandi temi di Fitzgerald – la felicità, lo spreco, il fascino, il danaro – trovano il loro scenario più adatto, in un contesto linguistico fastoso e spettrale.
Fitzgerald ha la straordinaria capacità di scrivere come un contemporaneo, con una penna che accompagna il lettore pagina dopo pagina impedendogli di staccare gli occhi dal libro. Il confine tra morale e immorale e giusto e sbagliato è molto sottile e sta ai posteri dare l’ardua sentenza.
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6. Furore
«E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e s’avvicina l’epoca della vendemmia.»
– Steinbeck


Il premio Nobel John Steinbeck (1902-1968) pubblica Furore – in originale The grapes of wrath – nel 1939 (due anni dopo Uomini e topi) riscuotendo da subito un enorme successo, che lo conduce al premio Pulitzer nel 1940, quando il libro è oggetto di una versione cinematografico per mano di John Ford.
Il romanzo è stato criticato al momento della pubblicazione poiché “simpatizzante” per la sinistra, terrore americano in quel periodo e anche perché i personaggi utilizzano un linguaggio volgare e molto colorito. Le “affinità” che ci sono con gli ideali della politica del New Deal di Franklin Delano Roosvelt sono un altro movente delle critiche volte al libro e al suo autore.
La storia inizia con il protagonista che esce di prigione dopo quattro anni, a seguito di uno sconto di pena che ha ricevuto. Tom Joad ha ucciso un uomo durante una rissa, dopo essere stato accoltellato da lui. Siamo in Oklahoma e Tom ritorna dalla sua famiglia, dove lo aspetta un’accoglienza diversa da quella che si era atteso. I suoi familiari, mezzadri lavoratori dei campi, stanno attraversando un periodo difficile, anche a causa delle tempeste di sabbia che rendono impossibili le coltivazioni. Inizia quindi l’esodo della famiglia verso una terra e una “vita migliore”.
A partire dalla rappresentazione della loro condizione l’autore delinea una spietata critica alla società dopo la crisi del 1929. Lo sguardo di Steinbeck, acuto, empatico, morale, ma anche attento alle contraddizioni e alle delicate dinamiche dei rapporti socio-economici, contribuisce a fare dell’autore l’efficacissimo “cantore” della Grande Depressione.
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7. Il fu Mattia Pascal
“La causa vera di tutti i nostri mali, di questa tristezza nostra, sai qual è? La democrazia, mio caro, la democrazia, cioè il governo della maggioranza. Perché, quando il potere è in mano d’uno solo, quest’uno sa d’esser uno e di dover contentare molti.”
– Luigi Pirandello


Mattia Pascal vive a Miragno, un immaginario paese della Liguria. Il padre, intraprendente mercante, ha lasciato alla famiglia una discreta eredità, che presto va in fumo per i disonesti maneggi dell’amministratore, Batta Malagna. Mattia per vendicarsi compromette la nipote Romilda. Costretto a sposarla si trova a convivere con la suocera Marianna Pescatori che lo disprezza. La vita familiare è un inferno, il modesto impiego nella Biblioteca Boccamazza è umiliante e per niente gratificante. Mattia decide allora di fuggire per tentare la sorte e fuggire da una vita opprimente. Arriva quindi a Montecarlo, dove al casinò vince alla roulette una somma di denaro enorme. Avviene quindi per caso che legga sul giornale che il suo corpo è stato ritrovato dalla polizia e che quindi lui sia stato dato per morto. La notizia lo spiazza inizialmente ma poi Mattia riconosce l’immensa opportunità che gli si sta presentando. Finalmente può cambiare vita e nessuno verrà a cercarlo. Col nome di Adriano Meis comincia a viaggiare e godersi i soldi, poi si stabilisce a Roma come pensionante in casa del signor Paleari. S’innamora della figlia di lui Adriana e vorrebbe sposarla ma, avendo lui un’identità fasulla, questo non è legalmente possibile. Adriano Meis per l’anagrafe non esiste.
Architetta allora un finto suicidio per poter riprendere la vera identità. Tornato a Miragno dopo due anni, nessuno lo riconosce e la moglie è ormai risposata e con una bambina. Non gli resta che chiudersi in biblioteca a scrivere la sua storia e portare ogni tanto dei fiori sulla sua tomba.
Il romanzo tratta i temi della ricerca dell’io e della difficoltà di identificarsi, tanto cari a Pirandello. Il personaggio di Pascal incarna perfettamente i dubbi esistenziali dell’uomo novecentesco, intrappolato in una vita che non lo soddisfa e in un’identità che non gli appartiene, eredità di una storia che non ha deciso.
Il romanzo è un classico perché gli argomenti e i dubbi di Mattia e Adriano non sono diversi da quelli che abbiamo oggi. Continuiamo a interrogarci su chi siamo, cosa vogliamo e dove siamo diretti, se la vita che stiamo facendo ci rende felice e qual è la strada migliore per creare la nostra felicità.
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8. Alla ricerca del tempo perduto
«Dopo settecentododici pagine di questo manoscritto – dopo infinite desolazioni per gli sviluppi insondabili in cui ci si deve sprofondare ed esasperanti momenti d’impazienza per l’impossibilità di risalire alla superficie – non si ha nessuna idea di quello di cui si tratta. Che scopo ha tutto questo? Che cosa significa? Dove ci vuole condurre? – Impossibile saperne e dirne nulla.»


Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust è un romanzo-fiume scritto tra il 1908 e il 1922, anno della morte del suo autore. Che la fine del romanzo coincida con la fine della vita di Proust non è un caso, in quanto potremmo definire questo libro (composto da sette volumi) come la storia della vita letteraria dello scrittore. Proust ci racconta le bellezze, gli ostacoli, le difficoltà esterne e soggettive della sua vita letteraria.
Anche se è narrato in prima persona dal personaggio protagonista e tutti i personaggi, i pensieri, le vicende coincidono con la vita di Proust, non possiamo definire Alla ricerca del tempo perduto un’opera autobiografica. Non era intenzione dell’autore raccontare la sua vita, ma raccontare la ricerca, raccontare il tempo, cercare la storia.
La struttura della Recherche è circolare. Le tremila pagine del romanzo sono state sintetizzate in tre parole: «Marcel diventa scrittore» e infatti, l’io narrante, appunto Marcel, combatte continuamente contro la noia, l’autostima che gli manca, la mancanza di volontà, la debolezza psichica, il tempo che corre troppo veloce, fino a che prende la decisione definitiva: scrivere un’opera sugli uomini e sul tempo. Quindi la Recherche si trova ad essere sia il libro che si è appena letto, sia, in seconda lettura, il romanzo che Marcel ha trovato finalmente la forza di scrivere.
A simbolo di questa circolarità, Proust comincia il suo romanzo con le parole: «Longtemps, je me suis couché», e lo termina con le parole «dans le Temps». Proust ha sempre affermato che l’inizio e la fine dell’opera erano stati scritti simultaneamente. Essi infatti risultano legati proprio come in un percorso che torna su sé stesso.
L’edizione originale pubblicata a partire dal 1913 conta 7 volumi, a loro volta suddivisi in 15 tomi, ognuno dei volumi ha un proprio titolo e una propria storia filologica ed editoriale. Tuttavia il libro ha ancora il Guinness dei primati come romanzo più lungo mai scritto.
La ricerca di Proust è anche una speranza e una promessa di felicità: ritrovare il tempo non è impossibile, a patto che il mondo ricreato sia un mondo letterario, un mondo interiore, mistico, costruito su questo gioco di memoria e tempo. La struttura si basa sulla contrapposizione Tempo perduto-Tempo ritrovato, attraverso la memoria involontaria che è il ricordo improvviso e spontaneo di una sensazione provata nel passato, suscitata dalla stessa sensazione nel presente.
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9. Delitto e castigo
“Come è possibile che una simile vergogna, una simile degradazione possa mescolarsi ad altri sentimenti, assolutamente diversi, degni di una santa, racchiusi nel tuo cuore?”
– Fëdor Dostoijevskij


Raskòl’nikov è un giovane studente ossessionato dall’idea della libertà, maggiore aspirazione e diritto dell’uomo superiore. La narrazione si apre nell’angusta mansarda dello studente, così piccola e misera da sembrare un armadio. Raskòlnikov è stato costretto dalla sua indigenza a interrompere gli studi e medita sulla sua possibilità di riscatto. Si convince così che per uscire dalla miseria in cui vive è giusto uccidere l’usuraia Aljona, essere inferiore, che sfrutta la disperazione altrui e la cui esistenza è del tutto inutile. Organizza con attenzione il suo piano e lo attua, ma, nel farlo, si imbatte nell’inconveniente di un secondo omicidio necessario, quello della mite Lizavèta, sorella della vittima.
Raskòl’nikov sfida la polizia, nella figura dell’implacabile giudice Porfirij, convinto della sua colpevolezza, quasi a voler provare la propria superiorità. Presto l’esaltazione cede all’angoscia e il tormento spirituale non gli permette di essere libero come pensava. Comincia a frequentare i più miserabili ambienti di Pietroburgo, dove incontra autentici relitti umani, che si rivelano però ricchi di umanità. Ed è qui che c’è il paradosso: nella bassezza apparente ecco che si ritrova l’umanità disarmante, quella più vera.
Incontra l’ubriacone Marmeladov e sua figlia Sonja, che è costretta a prostituirsi per aiutare la famiglia. Di fronte alla morale evangelica del sacrificio e alla legge dell’amore che Sonja gli offre, la fede che Raskòl’nikov nutriva in sé stesso crolla definitivamente. Con lei trova il coraggio di confessarsi e di costituirsi.
Il romanzo è immenso: è la storia di un omicidio che diventa l’ingresso alla mente di un uomo sconvolto ma acuto, che subisce un cambiamento profondo. È insieme un romanzo psicologico, una critica alla società russa del tempo, un trattato sull’ideologia e la morale, sull’ateismo e sulla fede.
Come dissi alla mia professoressa di Letteratura russa, se Tolstoj è l’uomo che analizza le sensazioni attraversando l’anima umana in parallelo, in maniera orizzontale – ovvero completa ed esausta -, Dostoijevskij è colui che scende nelle profondità dell’io per scavare quello che di più terrificante e controverso è in grado di trovare.
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10. Jane Eyre
“Io sono la vita di mio marito, e lui è la mia. Mai è esistita una donna così vicina al proprio compagno quanto lo sono io, carne della sua carne. Non sono mai stanca della compagnia del mio Edward né lui della mia, come se avessimo un solo cuore che batte nei nostri petti…”
– Charlotte Brontë


Famoso romanzo della scrittrice inglese Charlotte Brontë, Jane Eyre fu pubblicato per la prima volta nel 1847 con lo pseudonimo di Currel Bell. Si tratta di un romanzo di formazione: racconta cioè tutte le tappe della vita della protagonista Jane. È scritto inoltre in forma autobiografica: ella si rivolge in maniera diretta al lettore.
L’importanza del romanzo risiede nella descrizione dei cambiamenti di Jane, non soltanto dal punto di vista fisico ma soprattutto dal punto di vista psicologico: da giovane ragazza, la ritroviamo donna piena di passioni. Il romanzo risulta abbastanza attuale anche al giorno d’oggi soprattutto per l’attenzione dedicata alla psicologia e all’analisi interiore dei personaggi, in particolar modo della protagonista, donna dotata di grande coraggio e forti sentimenti.
Naturalmente l’importanza e il valore di questo libro non possono prescindere dalla presenza di una protagonista donna, così forte e indipendente. Come è successo con le sorelle Bronte e con la Austen (di cui puoi leggere la mia recensione di Orgoglio e pregiudizio), in questo romanzo i sentimenti della donna vengono sviscerati, analizzati, vivisezionati e messi sotto gli occhi dei lettori che non possono ignorarne la profondità e complessità.
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Se vuoi leggere le biografie degli autori di questi classici imperdibili, ti rimando a questo articolo.








