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Maschere veneziane – Racconto erotico

Non sarei dovuta venire. Questo è il primo pensiero lucido che mi attraversa la mente mentre i miei tacchi affondano nell’acqua alta che copre il selciato del campo. L’orlo del vestito è già rovinato, nero e pesante, e lo stringo con una mano mentre con l’altra reggo la maschera che mi hanno dato all’ingresso, una bauta bianca che copre la fronte e gli occhi ma lascia scoperte le labbra, ancora avvolta nel velluto.

Il palazzo si apre davanti a me con le sue finestre accese come occhi. La musica arriva ovattata, distorta dall’acqua e dalla nebbia, un quartetto d’archi che suona qualcosa che non riconosco ma che sembra scritto apposta per questa città e questa notte.

Entro. Il portone è spalancato e il salone al piano nobile è un teatro di candele, specchi e seta. Ci sono almeno duecento persone, tutte mascherate, tutte bellissime nella loro anonimità. Io mi sento fuori posto, come un’attrice entrata dalla porta sbagliata. Conosco quattro colleghi, forse cinque, e li cerco con lo sguardo mentre mi lego la maschera dietro la nuca, sentendo il bordo rigido premermi sulle guance.

Li trovo al bar, un bancone lungo e scuro lucidato dalle mani di chi ci si è appoggiato per secoli. Tommaso mi saluta con un cenno esagerato, Silvia mi abbraccia forte e mi dice che sono stupenda, che il vestito è perfetto, che i miei capelli rossi contro la maschera bianca sono una visione. Bevo un Bellini, poi un altro, e a poco a poco il disagio si scioglie nell’alcol e nel rumore. Rido delle battute di qualcuno il cui nome non ricordo, ballo qualche passo con Silvia che è già ubriaca, mi abituo a vedere il mondo attraverso le fessure strette della bauta, dove tutto si riduce a frammenti: un lampadario, una spalla nuda, il riflesso di un bicchiere.

È in uno di questi frammenti che lo vedo.

Lo riconosco dal corpo, non dal viso, che è coperto da una maschera nera senza bocca, solo gli occhi. Alto, più di tutti quelli che gli stanno intorno, con le spalle larghe fasciate in un completo scuro che gli disegna addosso una sagoma che conosco fin troppo bene. I capelli neri gli ricadono sulla fronte sopra il bordo della maschera. Tiene un bicchiere nella mano destra e con la sinistra tocca il braccio della donna che gli parla, un gesto educato, distratto, da padrone di casa.

Mi vede. Lo so perché smette di muovere la mano. Lo so perché anche a questa distanza, attraverso due maschere e duecento persone, sento il suo sguardo arrivarmi addosso come una cosa fisica, una pressione calda sullo sterno.

Non ci parliamo da tre mesi. Tre mesi da quando mi ha assunta, tre mesi da quando mi ha stretta la mano nel suo ufficio al trentesimo piano e io ho sentito qualcosa che non avrei dovuto sentire. Tre mesi di sguardi troppo lunghi nelle riunioni, di silenzi nei corridoi, di messaggi di lavoro che finivano sempre con un punto in più del necessario, come se ci fosse ancora qualcosa da dire.

Distolgo lo sguardo per prima. Torno a ridere con Silvia, a bere, a fingere che il cuore non mi stia battendo nel collo. Ma lo sento addosso per tutta la sera, anche senza guardarlo, come si sente il calore di un fuoco in una stanza buia.

Dopo un’ora, forse di più, mi allontano dal gruppo per cercare un bagno. Attraverso una sala più piccola con gli affreschi sul soffitto e poche persone sedute sui divani, poi imbocco un corridoio stretto dove le candele diventano più rade e la musica si allontana fino a diventare un ronzio. L’aria è più fredda, sa di pietra e di acqua.

Lo sento prima di vederlo. Un passo dietro di me, lento, pesante. Mi fermo. Mi volto.

È appoggiato allo stipite di una porta, le braccia incrociate, come se fosse lì da sempre. Come se sapesse che prima o poi sarei passata.

«Ti sei persa?» dice. La sua voce è più bassa dietro la maschera, più intima.

«Cercavo il bagno» rispondo, e la mia voce esce più ferma di quanto mi aspettassi.

Non risponde. Si stacca dallo stipite, fa un passo verso di me, mi prende per il gomito con una mano calda e decisa che sento attraverso la stoffa. Con l’altra tira fuori una chiave dalla tasca e apre la porta alle sue spalle. Mi guarda, aspetta. Io non mi muovo per un secondo, due, tre. Poi entro.

La stanza è piccola, affacciata sul canale. La finestra è aperta e l’aria umida entra insieme al rumore dell’acqua che sbatte contro i muri del palazzo. C’è un letto con un copriletto di velluto rosso scuro, uno specchio ovale appeso alla parete di fronte, e nient’altro. La luce arriva solo dalla finestra, un chiarore giallo dei lampioni riflesso sull’acqua che si muove sul soffitto come un respiro.

Chiude la porta. Si volta verso di me.

«Stasera non sono io» dice. «E tu non sei tu.»

Lo guardo. Le mie labbra scoperte dalla bauta sono l’unica parte di me che lui possa davvero riconoscere, e lo sa, perché è lì che si fissa il suo sguardo. Sento la bocca asciutta, il cuore che mi batte nelle tempie.

«E chi siamo?» chiedo.

«Due che non si conoscono» risponde. «Due che si sono incontrati a una festa e che domani non ricorderanno niente.»

È una bugia. Lo sappiamo entrambi. Ma è una bugia necessaria, il permesso che ci stiamo dando, il velo dietro cui nascondere quello che stiamo per fare. Come le maschere: non servono a non riconoscersi, servono a poter dire che non ci si è riconosciuti.

Fa un passo verso di me. Mi sfiora il mento con le dita e io alzo il viso verso di lui, le labbra socchiuse. Il suo pollice mi percorre il labbro inferiore, lentamente, come se volesse memorizzarne la forma. Sento il suo respiro attraverso la maschera, caldo e irregolare, e capisco che anche lui ha paura, anche lui sta fingendo una sicurezza che non ha.

Lo bacio io per prima. Mi alzo sulle punte e prendo la sua bocca scoperta sotto la maschera nera con la mia bocca scoperta sotto la maschera bianca. Il bacio è lento, ha il sapore del prosecco e di qualcosa di più amaro, di proibito. Le sue mani mi afferrano i fianchi e mi tirano contro di lui, sento il suo corpo duro attraverso il tessuto, il calore del suo petto contro il mio. Mi stringe come se avesse paura che scappassi, e io gli infilo le dita nei capelli, quei capelli neri che ho immaginato di toccare per tre mesi interi.

Quando ci stacchiamo restiamo vicini, fronte contro fronte, le maschere che si toccano con un rumore secco di cartapesta. Ridiamo, piano, un riso nervoso e complice che rompe la tensione quel tanto che basta per ricominciare.

Le sue mani risalgono lungo i miei fianchi, trovano la cerniera laterale del vestito e la abbassano con un gesto sicuro. Il tessuto si apre e lui lo spinge giù dalle mie spalle, seguendolo con le dita sulla mia pelle scoperta. Rabbrividisco, non per il freddo. Il vestito cade ai miei piedi e io resto in piedi davanti a lui con la lingerie nera, le calze, i tacchi e la maschera bianca. Mi vedo nello specchio ovale e per un istante non mi riconosco: i capelli rossi che mi cadono sulle spalle pallide, il seno che trabocca dal pizzo nero, la vita stretta, le gambe lunghe nelle calze scure. Sembro un quadro, una di quelle figure che si trovano nascoste nelle stanze segrete dei palazzi veneziani.

Lui mi guarda come si guarda qualcosa che si è desiderato troppo a lungo. Si toglie la giacca, la cravatta, sbottona la camicia e io vedo il suo petto emergere, largo, definito, con quella linea di peli scuri che scende verso il ventre e che nelle mie fantasie ho seguito mille volte con le dita.

Mi siedo sul bordo del letto. Lui si inginocchia davanti a me, mi sfila i tacchi uno alla volta, le mani che mi stringono le caviglie, poi salgono lungo i polpacci, le ginocchia, l’interno delle cosce. La sua bocca segue le sue mani, baci leggeri sulla pelle delle gambe, sempre più in alto, sempre più lenti. Quando arriva al bordo delle calze lo morde con i denti e lo tira giù. Lo fa con una calma che mi fa impazzire, perché io non sono calma per niente, ho il respiro corto e le mani che stringono il velluto del copriletto.

Mi spinge all’indietro con una mano sul petto, delicata ma ferma, e io mi stendo. Lui risale su di me, il suo peso che mi preme addosso, la sua bocca che mi trova il collo, l’incavo della clavicola, il seno. Le sue labbra calde sulla mia pelle fredda. Mi slaccia il reggiseno e quando il mio seno si libera qualcosa in lui si spezza. Mi afferra la maschera e la strappa via con un gesto violento, il nastro che mi tira i capelli, e prima che io possa dire qualcosa si strappa anche la sua. La lancia lontano, come rinnegando l’idea di non voler essere visto, e mi guarda, tutto il viso scoperto, gli occhi languidi che non combaciano con l’espressione dura della mascella serrata, come se non riuscisse a sfuggire alla colpa di desiderarmi e di volermi amare con violenza. Come se odiasse se stesso per quello che sta per fare e sapesse che non potrebbe fermarsi nemmeno volendo.

La sua bocca si chiude sul mio capezzolo e io inarco la schiena, le mie dita nei suoi capelli, le mie gambe che si aprono intorno a lui per istinto. Succhia, morde piano, lecca, e poi passa all’altro seno con la stessa lentezza estenuante. Il suo bacino preme contro il mio e lo sento, duro, attraverso i pantaloni. Ondeggio contro di lui senza vergogna, cercandolo.

«Non correre» sussurra sulla mia pelle. «Stanotte il tempo non esiste.»

Scende. La sua bocca scende lungo il mio ventre, le costole, l’ombelico, il bordo delle mutandine che tira via con le dita. Quando il suo fiato mi raggiunge tra le cosce chiudo gli occhi e il mondo si riduce a un unico punto di calore. Mi tocca con la bocca ed è lento, attento, come se stesse imparando un alfabeto sconosciuto. Le mie mani stringono i suoi capelli, il lenzuolo, il copriletto, qualunque cosa riesca ad afferrare. Gemo e il suono rimbalza sulle pareti della stanza piccola, mi torna addosso, mi imbarazza e mi eccita nello stesso momento.

Insiste, le sue mani che mi tengono aperta, ferma, la bocca che trova il ritmo giusto e ci resta, implacabile. Sento il piacere salirmi dal basso ventre come un’onda calda e lenta, e quando arriva mi tendo tutta, le cosce che gli stringono la testa, la schiena inarcata, un grido che soffoco premendomi una mano sulle labbra.

Quando riapro gli occhi lui è sopra di me. Si è spogliato e io non me ne sono nemmeno accorta. Il suo corpo è esattamente come lo immaginavo, largo, muscoloso, caldo. Mi bacia, e nella sua bocca sento il mio sapore, e quella cosa proibita e dolce che ci stiamo regalando. Quando entra dentro di me lo fa piano, guardandomi negli occhi, e io lo accolgo con un suono che non sapevo di avere, un gemito lungo che è insieme sollievo e resa. Spinge lentamente, profondamente, e ogni movimento mi riempie e mi svuota, mi costruisce e mi disfa. Le mie gambe lo avvolgono, i talloni gli premono la schiena, lo tiro dentro di me con tutto il corpo.

Accelera. Il letto scricchiola, il suo respiro diventa un ringhio basso e le mie mani gli graffiano le spalle, la schiena, cercando un appiglio mentre il piacere mi trascina. I nostri corpi si scontrano con un rumore umido, ritmico, che si mescola alla musica lontana del salone e all’acqua del canale sotto la finestra.

Quando viene, affonda il viso nel mio collo e lo sento tremare, tutto quel corpo grande che si arrende tra le mie braccia. Io gli accarezzo la nuca, i capelli bagnati di sudore, e resto ferma sotto di lui, con il suo peso addosso che non mi pesa, col suo cuore che batte contro il mio così forte che non so più quale dei due sto sentendo.

Restiamo così a lungo, allacciati, senza parlare. L’aria dal canale ci asciuga la pelle. La musica in lontananza è cambiata, adesso è un valzer, lento e malinconico. Le maschere sono per terra, una bianca e una nera, come due volti abbandonati.

Lui mi accarezza i capelli, lentamente, e a un certo punto mormora «Domani…» lasciando la parola sospesa nell’aria come una minaccia.

Lo guardo. Gli poso le dita sulle labbra.

«Domani non è ancora arrivato» dico.

E prima che possa rispondere mi sollevo sopra di lui, lo spingo sulla schiena con i palmi sul suo petto. Lo guardo dall’alto, i miei capelli rossi che gli cadono addosso come una tenda. Scendo con le labbra sul suo collo, sullo sterno, sul ventre, seguendo quella linea scura che ho desiderato per mesi, sempre più giù, fino a prenderlo in bocca. Lo sento sussultare sotto di me, le sue mani che mi afferrano i capelli, la sua voce che dice qualcosa che non è un nome, non è una parola, è solo un suono arreso.

Fuori il canale respira, la nebbia copre tutto, e noi restiamo in quella stanza come due fantasmi veneziani, senza nome e senza domani, con addosso soltanto l’odore dell’altro e il ricordo di chi eravamo prima di questa notte.

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Claudia Neri

Ho 25 anni e amo scrivere, viaggiare, mangiare e fare capoeira. Ho studiato lingue e mi occupo di comunicazione digitale ed editing letterario. Mi piace esplorare il mondo e le persone, scoprire nuovi punti di vista e amare sempre. Questo blog è il mio passaporto per l’eternità.”

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