Americanah è un romanzo scritto nel 2013 dall’autrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. Si tratta del terzo lavoro della scrittrice, già nota per L’ibisco viola e Metà di un sole giallo, libri che mi propongo di leggere al più presto.
“Lo guardava, gli occhi lucidi di cose non dette e lo fece sentire di nuovo completo, gli fece ricordare quanto sete aveva di cose semplici e pure.”
Il romanzo racconta la storia di una giovane donna nigeriana, Ifemelu, emigrata negli Stati Uniti per frequentare l’Università di Princeton. Il libro racconta la vita della donna in entrambi i Paesi, ripercorrendo la sua storia d’amore con il compagno di liceo Obinze e i diversi evento che hanno portato la donna ad avvicinarsi e allontanarsi da lui nel corso del tempo.
In particolare, in America, dopo le difficoltà iniziali con il permesso di soggiorno che la costringono a lavorare sotto falso nome, trova la sua fortuna grazie a due eventi principali: si fidanza con un ragazzo americano molto influente e apre un blog dove affronta in modo critico, diretto e brillante la tematica del razzismo negli Stati Uniti e che riscuote molto successo. Il libro però ci catapulta quasi subito nell’ultima decisione di Ifemelu, ovvero abbandonare tutto per tornare in Nigeria.
“Rammentava chiaramente la fermezza del suo abbraccio, eppure c’era anche una sensazione nuova nella loro unione: i corpi ricordavano e non ricordavano. Aveva sempre pensato che l’espressione “fare l’amore” fosse un po’ stucchevole. […] Ma standogli distesa accanto, dopo, sorridendo, a volte ridendo, il corpo soffuso di pace, pensò a quanto fosse appropriata l’espressione “fare l’amore.”
Il tema razziale è al centro della storia e io ho apprezzato moltissimo le lucide analisi del mondo nigeriano e di quello occidentale della protagonista. Un esempio lampante è, ad esempio, la concezione dei disturbi psichici, che vengono analizzati a partire da un evento della storia da entrambi i punti di vista.
Se da un lato ci sono i nigeriani che non comprendono patologie come la “depressione” (come può una persona triste essere malata?), dall’altro ci sono gli americani, che per ogni sintomo hanno un farmaco, un nome, una definizione e un’etichetta per il paziente. Questo piano duplice ci fa comprendere quanto sia difficile stare dalla parte giusta delle cose e, come tutto, in realtà, sia sempre relativo. Inoltre, il confronto tra le due culture serve al lettore per abbattere alcuni pregiudizi su una cultura lontana e tribale per certi versi e avere un punto di vista più critico sulla cultura occidentale stereotipata.
Razzismo e simboli
Il razzismo, nel libro, si concretizza in diverse forme. In primis, certo, c’è il colore della pelle. Ma ci sono anche i capelli. La zia di Ifemelu – arrivata in USA prima di lei – le scioglie le treccine e liscia i capelli per renderla più presentabile ai colloqui.
Negli ambienti della middle class, le waves fanno da padrone. Anche Ifemelu non si sottrae a tutte le pratiche per renderli docili prima di decidere una volta per tutte di dare libertà ai suoi capelli, di non tormentarli con strani impacchi e con tagli drastici. Un simbolo di libertà che viene anche contestualizzato rispetto alla politica. Michelle Obama è nera, ma non porta mica i capelli afro? Quanti voti avrebbe fatto perdere a Obama se non si fosse adeguata all’acconciatura bianca?
La zia Uju chiede a Ifemelu: «ti sei mai chiesa come fai a piacergli con quell’aria da donna della giungla?».
“Nel grigiore dell’oscurità della sera, l’aria carica di odori, provò un’emozione quasi insopportabile a cui non seppe dare un nome. Provò nostalgia e malinconia, una tristezza bella per le cose che erano mancate e per le cose che non avrebbe mai conosciuto.”
Il razzismo e le discriminazioni si vedono dalle grandi alle piccole cose. Come le medicazioni che sono “color carne” solo per un certo colore di carne. Oppure i fondotinta che hanno dieci tonalità chiare e una sola generica marrone per tutte le nere, come se ci fosse un unico colore e non infinite sfumature anche dall’altra parte della scala cromatica.
Grazie a questo libro ho avuto la possibilità di scoprire tante piccole cose che ancora rendono la società occidentale – permettetemi la generalizzazione – troppo chiusa. Siamo pieni di pregiudizi, e non è del tutto colpa nostra. Prima di leggere Americanah e La ladra di parole (che vi consiglio) io stessa pensavo che la Nigeria fosse un paese orribile, dove lo stupro era una pratica comune e la cultura fosse rimasta indietro di secoli.
Oggi credo ancora che la Nigeria sia pericolosa e che avrei paura ad andarci da sola, però so anche che è il paese più popoloso dell’Africa, che ha subito tante invasioni e guerre civili e che c’è una grandissima differenza tra le tribù e le città metropolitane come la capitale Lagos.
“La Nigeria diventò il luogo in cui lei avrebbe dovuto essere, l’unico posto dove avrebbe potuto affondare le radici senza il bisogno costante di tirarle fuori e scrollare via la terra.”
Perché leggere Americanah


Il libro inizia con Ifemelu che va a farsi le treccine e inizia a parlare con la parrucchiera, una ragazzina un po’ antipatica convinta che un nigeriano igbo emigrato stia per chiederla in sposa, evento che è la sua massima aspirazione nella vita. Dapprima distaccata e infastidita – e noi con lei – a mano a mano che passano le sei ore necessarie a finire le treccine, Ifemelu si avvicina a questo personaggio, viene a conoscenza e soffre per la sua condizione e cerca di aiutarla.
Questo evento marginale, uno sfondo di poche battute a più riprese tra i vari salti temporali che Ifemelu fa nella storia, in realtà è molto significativo. L’ho trovato simbolico della troppa superficialità con cui spesso trattiamo la gente, della semplicità di avere pregiudizi, anche quando dovremmo essere i primi a provare empatia, a capire certe storie.
“Negli ultimi mesi aveva cominciato a sentirsi sazio di quanto aveva acquisito – famiglia, case, conti in banca – e ogni tanto era colto dalla tentazione di prendere uno spillo e bucare tutto, sgonfiare tutto, per essere libero. Non sapeva più, in realtà non avevo mai saputo, se la sua vita gli piacesse sul serio o se gli piacesse perché era così che doveva essere.”
Il libro è una storia d’amore, ha una trama semplice e i salti temporali sono magistralmente condotti dalla scrittrice. Ho apprezzato la sua capacità di saltare da un evento all’altro legandosi ai sentimenti e viceversa; ovvero partire da un evento apparentemente insignificante per aprire una questione morale importante.
Il futuro di Ifemelu ci incuriosisce ma non riusciamo a smettere di essere curiosissimi di conoscere il suo passato, la sua storia, le ragioni delle sue scelte. Veniamo coinvolti nella sua vita e nei suoi sentimenti, anche se a tratti non la capiamo, pieni della nostra occidentalità troppo radicata forse.
Sono felice di avere scoperto questa scrittrice che mette in luce con naturalezza e maestria i contrasti tra culture e popoli, valorizzando le differenze e arricchendoci di nuove prospettive.
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Se te la sei persa, leggi la mia ultima recensione di “Oliver Twist” di Charles Dickens.



