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Whiskey

Questo racconto viene dopo Trecce, che a sua volta segue Girati.

Da quando ci siamo visti a casa mia sono passati un po’ di mesi, in cui ho cambiato colore di capelli. Sono tornata mora e li ho tagliati un po’. Ora quelle trecce che ti piacevano tanto sarebbero un po’ più corte, uso meno elastici colorati e li lascio spesso ribelli. 

Alla fine dell’intervista al signor D. lascio la sua stanza tra complimenti, sorrisi e strette di mano. Tengo la borsa in una mano e la giacca nell’altra, fa caldo qui dentro. L’hotel è enorme e adesso siamo al decimo piano. Clicco sul pulsante per chiamare l’ascensore e in pochi secondi si apre e ti trovo davanti a me, la faccia sorpresa, il sorriso malizioso e, soprattutto, i capelli corti. Che hai fatto ai capelli? -, dico senza salutarti e ignorando le altre persone che forse sono con te. tu sorridi.

– Potrei farti la stessa domanda. –, d’istinto mi tocco le ciocche di capelli che mi cadono sulle spalle e sorrido anch’io. Fai un passo avanti e esci dall’ascensore. Gli altri proseguono senza di te. 

– Mi dai un bacio sulla guancia e mi chiedi cosa ci faccio lì. Ti rispondo che intervistavo il signor D. e tu ridi, dicendomi che è tuo cliente e che è lì che stai andando. 

– Pare che non riusciamo a separarci. –, mi dici, stando un po’ troppo vicino. Io ti guardo dalla testa ai piedi, il completo elegante, il cappotto appoggiato sul braccio piegato che regge anche la valigetta. 

– O forse mi segui. –, dico. – A che ora finisci? –

– Dopo pranzo, ma poi ho un’udienza. Che ne dici di venire a prendermi in tribunale? –

– Wow! –, scherzo io. – Solo se mi fai entrare a vederlo. Non so com’è fatto. –

– Ho addirittura un ufficio dove potrei offrirti da bere. –

– La cosa si fa interessante. –, dico io inclinando la testa di lato. Tu ti avvicini di un passo. L’ascensore si apre, escono un uomo e una donna che ci guardano mentre restiamo in quella posizione ambigua a guardarci negli occhi senza parlare.

– Però dopo ti porto a cena. –, aggiungi con un sorriso serio.

– Con la limousine di Dubai? –, dico e mi passo la lingua sulle labbra.

– Pssst! –, dici tu alzando gli occhi al cielo, – Te l’ho detto che quella me l’avevano prestata… però ti prometto che non farai brutta figura. –

Rido. Era iniziata come una giornata normale e, come sempre, quando arrivi tu me la stravolgi senza pietà.

– A che ora finisci? –

– Le sette? –

– Le sette. –

Quando arrivo so di avere un vestito troppo elegante, i tacchi troppo alti e il rossetto troppo rosso però non mi interessa. Passo sotto lo sguardo interessato di tutti i controlli e alla fine qualcuno mi accompagna lungo un corridoio semibuio verso il tuo ufficio. Quando la tua segretaria mi apre la porta so che non ti ha annunciato il mio arrivo, e che non ti aspettavi di vedermi comparire all’improvviso.

Resto sullo stipite mentre lei si allontana come i gatti che devono essere invitati prima di entrare. Tu ti lasci andare allo schienale della sedia tirando su col naso e ti passi entrambe le mani tra i capelli senza smettere di guardarmi. Sorridi ma ancora non dici niente anche mentre io avanzo e mi chiudo la porta alle spalle, guardandomi intorno.

Arredamento elegante, legno, librerie, scrivania scura piena di carte. È un cliché anche il tuo ufficio, a parte per il fatto che la finestra è coperta dalle tende ed è semibuia. Ti è sempre piaciuto il buio e, a parte una lampada sul tavolo a fianco al divano di pelle, l’unica luce è quella del tuo portatile.

Guardo le copertine dei libri sugli scaffali, gli oggetti casuali, sfioro le superfici delle cose.

– Togliti la giacca. –, mi dici tenendo le mani sopra la testa. Mi accorgo che c’è una musica di sottofondo di cui non mi ero accorta. Obbedisco e appoggio la borsa su una poltrona e mi tolgo la giacca. ho un vestito nero scollato, con spacchi qua e là che fanno intravedere tutto.

Alzi il volume della musica con una mano, poi prendi una bottiglia e ci versi da bere.

Fatti vedere bene. –, inclini la testa di lato e mi mangi con gli occhi mentre io faccio un giro su me stessa, sollevo lentamente la braccia, mi sfioro la spalla con la mano e scendo con le dita lungo tutta la silhouette del vestito. 

– Ora puoi venire a prenderlo. –, mi volto, e vedo che mi stai porgendo il bicchiere. Mi avvicino e supero la scrivania. Mi appoggio a lei e vedo che sei già eccitato. I tuoi pantaloni non riescono a nasconderlo. Afferro il bicchiere e alzo un sopracciglio mentre facciamo cin cin e beviamo. Non mi è mai piaciuto il whiskey però almeno ci hai messo il ghiaccio e io ne trattengo un cubetto tra le labbra. Mi chino su di te e lo lascio cadere nella tua bocca, poi ti bacio. Il tuo sapore, misto a quello dell’alcol freddo e dell’alcol mi eccitano prima di sentire la tua mano sulla gamba.

Sali dal polpaccio fino al ginocchio, alla coscia, e poi all’inguine. Ti guardo aspettando la sorpresa, e infatti i tuoi occhi si spalancano sorridenti quando scopri che non porto nessuna mutanda. Infili le dita dentro di me piano, massaggiandomi le labbra in ogni parte, l’inguine caldo e le cosce. Indietreggi con la sedia e io posso mettermi di fronte a te.

– Toglilo. –, mi dici guardando il vestito e io tolgo le bretelle e me lo lascio cadere ai piedi. 

Sono completamente nuda sotto. Tu mi baci l’ombelico, la pancia, il pube. Mi afferri i fianchi con le mani e mi lecchi tutto, dai capezzoli alle costole, senza però arrivare alla mia bocca. Sono già bagnata quando ti vedo mettere del whiskey nel bicchiere. Penso che vuoi berlo invece la tua mano si alza e lo avvicina al mio petto. Capisco cosa vuoi fare e ti do l’assenso con gli occhi, che i tuoi stavano aspettando.

Il liquido scuro scorre dal collo al mio capezzolo destro, le gocce arrivano all’ombelico e da lì prendono diverse direzioni. Inizi da quella che è arrivata al centro e mi lecchi fino alla pancia, poi sali lentamente fino al seno e mi succhi. Inclino la testa all’indietro e afferro la tua. I miei gemiti sono coperti dalla musica.

Mi baci con un sapore più forte dell’alcol e mi stringi con una presa decisa. Mi spingi un poco e io mi siedo sulla scrivania, un brivido di freddo mi corre lungo la schiena. La tua bocca scende fino alle mie cosce e si ferma in mezzo. 

Le mie labbra bagnate si spalancano per te, aspettano la tua lingua e le tue dita, i tuoi morsi e il tuo sapore. Resti in ginocchio, a succhiarmi il whiskey e la vita fino a che sto per venire.

In quel momento ti fermi, mi mordi, mi fai male e io ti tiro i capelli per spostare la testa. Allora tu ti alzi, afferri la mia e mi dai uno schiaffo. Poi mi baci e mi tiri a te. Ti sto spogliando con foga, voglio mangiare ogni parte di te. Fai un passo indietro e ti appoggi alla finestra, le tende fanno un tonfo quando le tocchi. Ti slacci la cintura dei pantaloni e li abbassi, mi prendi la testa e mi fai inginocchiare.

Il tuo membro è caldo, sento le vene dentro la bocca che si gonfiano ad ogni mio movimento. Ho la sensazione che voglia esplodermi tra le labbra e allora lo bacio, lo succhio e lo stringo più forte. Voglio averlo tutto mio, soltanto per me.

Vieni dentro la mia bocca e io sento un sapore amaro, quello tuo che mi è sempre piaciuto, diverso da tutti gli altri. Non so se la musica ha coperto il tuo grido, ma so che io sono ancora più eccitata di prima e quando mi rialzo ti guardo per fartelo capire. Il tuo respiro si calma, il mio non ti segue. Vado a versarmi un altro bicchiere di whiskey e tu ti accendi una sigaretta. Ne fumo una anch’io, mentre giro per la stanza nuda. Sto aspettando, come un gatto, ancora una volta, che tu sia pronto a mordermi. 

Vieni a prendermi da dietro mentre suona una canzone lenta. Io leggevo distrattamente le iscrizioni sulle targhe che tieni in certe vetrine. Mi fanno ridere abbinate a te, che sei sempre stato così ribelle, fuori da ogni schema e che invece ora li gestisci, gli schemi. Mi stringi e inizi a muoverti. Tu solo con la camicia slacciata, io solo col mio tacco 12. Stiamo ballando e ci stiamo eccitando. 

Mi porti verso il divano, mi inginocchio su di lui e tu mi baci la schiena, sposti le ciocche di capelli e mi mordi il collo, il lobo dell’orecchio. I tuoi movimenti non sono frenetici ma so che ti stai trattenendo. Sento il calore del tuo corpo e la sensazione di averti già dentro di me. 

Mi penetri con calma, giocando col tuo sesso sulle mie labbra prima di entrare, e sono già abbastanza bagnata che non c’è nessun attrito, nè fuori, nè dentro. Mi lascio andare mentre sei dentro di me e mi godo ad occhi chiusi ogni attimo dei tuoi movimenti. Le ginocchia che sfregano sul divano di pelle, le mani sullo schienale, il peso del tuo corpo che urta contro il mio per farlo suo. La musica copre i miei gemiti, il respiro diventa affannoso e le tue mani si fanno più insistenti dentro la mia carne. Sento il tuo sesso che sfiora il mio clitoride e ogni volta che si allontana io lo aspetto con più foga, con più desiderio.

Quando vengo non mi trattengo, il gemito di piacere mi lascia sconfitta, estasiata, esausta.

Tu non mi accompagni e continui a spingere. Con te è facile eccitarmi di nuovo, anzi, non smettere mai di esserlo. Ad un certo punto ti ritrai, mi tiri e mi costringi a voltarmi. Siamo uno di fronte all’altra, in piedi, io ancora scossa da un orgasmo durato a lungo. 

Mi prendi il viso tra le mani e mi baci. Il tuo è un bacio autentico, passionale, completo. Mi sembra un primo bacio e non uno arrivato dopo che abbiamo già fatto sesso. Leggo il desiderio nei tuoi occhi, ma non un desiderio solo carnale. C’è qualcosa di famelico in te e nel tuo sesso alzato che però attende, indomito eppure succube della tua volontà.

Mi guardi a lungo, poi mi sfiori le labbra con le tue, ti mordi quello inferiore e mi prendi il viso con una mano, mentre con l’altra mi tocchi. Socchiudo le labbra e sbatto le palpebre. Sto aspettando. So che stai per dirmi qualcosa.

– Va’ a prenderci da bere. –, mi ordini con la faccia seria. – Poi vieni qui e accenditi una sigaretta. –

– E tu? –, chiedo col col fiato che si accorcia.

– Io ti tocco mentre lo fai. –.

Se te lo sei perso, recupera il mio ultimo racconto erotico “La maga“.

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Claudia Neri

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“Abbi un cuore insaziabile, affamato di vita, senza paura del dolore”

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